Skip to main content

L’emergenza Covid-19 mi ha indebolito o rinforzato?

L’emergenza Covid-19 mi ha indebolito o rinforzato? – 

Ogni esperienza che mette alla prova le nostre difese senza abbatterle aumenta la nostra resistenza psicologica e le nostre abilità di fronteggiamento.

Le persone hanno modalità diverse di risposta all’ansia per la propria salute e modalità diverse di gestire la paura. L’emergenza Coronavirus ci ha posto di fronte a questi aspetti in un modo potente, ponendoci in una dimensione di incertezza collettiva, come mai prima d’ora. Non sapere cosa ci riserva il futuro, con che tempistica potremo tornare alla “normalità” che conoscevamo, il fatto di non avere ancora cure efficaci nel caso di un contagio che è ancora possibile, ci pone in un prolungato stato di indeterminatezza e disorientamento che come esseri umani mal tolleriamo. Tutti infatti sentiamo il bisogno di uno stato interno di equilibrio e della sensazione di avere il controllo sulla nostra vita. L’esperienza di stress prolungato a cui siamo sottoposti ci dà invece la sensazione di un controllo che ci sfugge. A questo contribuiscono le restrizioni necessarie al contenimento della diffusione del virus, che inevitabilmente limitano la nostra libertà, ponendoci ancora di più nel senso di impotenza rispetto ad azioni anche banali a cui eravamo abituati e che ora sono off limits.

Non ci piace sentirci così, minacciati e vulnerabili, e vorremmo poter agire per ripristinare il controllo. Ma se questo non è possibile nell’immediato, significa che siamo destinati a vivere nell’ansia continua o nella depressione? Ovviamente no, perché sappiamo che se non siamo nella condizione di poter cambiare attivamente la situazione, possiamo però agire per cambiare come ci sentiamo rispetto alla situazione stessa. In altre parole, se anche ci sfugge il controllo su quello che ci accade intorno, possiamo sempre avere il controllo dei nostri pensieri e stati d’animo.

Un modo per contrapporsi con sempre maggiore resistenza allo stress è quello di avere nel proprio repertorio una esperienza precedente di stimolo stressante affrontato con successo.

La nozione biologica di immunizzazione funziona anche in ambito psicologico: se a un individuo è stata data l’opportunità di avere a che fare con una situazione stressante, egli sarà capace in futuro di cavarsela con successo, padroneggiando in senso psicologico una situazione simile o di intensità un po’ più grande. Ciò produce senso di fiducia in sé, speranza e una percezione di controllo.

A distanza di alcuni mesi dall’inizio del lockdown, abbiamo tutti certamente sperimentato emozioni diverse, che vanno dalla frustrazione alla rabbia, dalla preoccupazione alla paura, dalla rassegnazione alla serenità. Questi mesi sono stati un importante osservatorio e un’importante palestra, in cui abbiamo potuto monitorare come reagiamo di fronte all’impotenza e affinare le strategie che ci sono più familiari per farvi fronte, alcune più efficaci di altre per ripristinare il nostro equilibrio.

Fare un bilancio può essere utile e può fare la differenza tra uscire da questa emergenza indeboliti (col pensiero di essere facilmente sopraffatti dalle avversità) o rafforzati (al pensiero di avere nella propria “valigetta degli attrezzi” strumenti potenti di resistenza).

Ecco alcune domande, rispondendo alle quali è possibile mettersi a fuoco e comprendere qualcosa in più di sé:

  • Come mi sono sentito non avendo il totale controllo della mia vita?
  • Come ho reagito allo stress prolungato?
  • Quali elementi della situazione mi hanno preoccupato di più?
  • Quali sono state le mie emozioni più forti?
  • Ho sentito di reggere queste emozioni oppure a volte ho avuto la sensazione di non poterne più?
  • Ero costantemente preoccupato/a o riuscivo a distogliere l’attenzione dai pensieri? Come ci riuscivo?
  • Mi sono protetto/a dalle notizie che aumentavano le mie preoccupazioni? Come?
  • Cosa ho detto a me stesso/a per rassicurarmi?
  • Che cosa mi ha permesso di restare sereno/a in alcuni momenti?
  • Cosa mi ha dato fiducia?
  • Quali attività mi hanno fatto sentire rilassato/a?
  • Sono riuscito/a a mantenere una routine o a ricostruirmene una?
  • Quali attività mi è riuscito più difficile mantenere? Quali invece è stato più facile?
  • In quali circostanze ho dimostrato di avere capacità di adattamento?
  • In quali circostanze ho dimostrato di essere bravo/a a trovare soluzioni?
  • In quali occasioni ho dimostrato di avere sangue freddo?
  • Ci sono state persone che hanno funto da punto di riferimento e mi hanno aiutato? Come?
  • Ho scoperto se ci sono risorse della mia comunità di appartenenza, utili nei casi di emergenza? Quali e in che modo possono essere d’aiuto?
  • In sintesi, cos’ho imparato su me stesso/a grazie a questa pandemia?

ATTENZIONE: se le tue risposte sono tutte del tipo: non ho capacità, non ho risorse, non sono riuscito in niente… torna su, ripercorri le domande con maggiore onestà verso te stesso/a e guardando con obiettività tanto le criticità quanto le risorse che hai senza ombra di dubbio dimostrato di possedere.

Determinate abilità apprese sul campo possono essere generalizzate, cioè applicate a una varietà di altre situazioni. Ritagliarsi uno spazio di tempo per riflettere sulle proprie reazioni e le proprie risorse in tempi difficili ci permette di essere consapevoli del bagaglio di abilità e competenze di cui disponiamo e che ci saranno utili per affrontare futuri momenti di stress e di incertezza. Questo alimenta la nostra autostima, la sensazione di farcela per quanto sia dura e l’intraprendenza, in opposizione ai sentimenti di disperazione passiva.

Senti di aver bisogno di una mano per silenziare la vocina che continua a ripeterti che non ce la fai, non ce la farai mai e tutto andrà male?

Continua a leggere

La sala d’attesa

La sala d’attesa – 

La sensibilizzazione sulla violenza di genere, le sue dinamiche e le vie per affrancarsene può passare attraverso diversi canali. Uno di questi è il teatro.

Vorrei qui presentare l’esperienza teatrale particolare portata avanti da un gruppo informale di attrici non professioniste di cui faccio parte e che ha preso il nome di “A casa di Teresa“, ad indicare il luogo dove il gruppo ha iniziato a riunirsi.

L’opera che viene rappresentata è “La sala d’attesa” di Stefania De Ruvo. In una non meglio definita sala d’attesa si ritrovano 5 donne, tutte diverse ma, come scopriranno parlando, accomunate da un destino simile. Sono tutte vittime della violenza maschile. Nella dialettica, talvolta anche conflittuale tra di loro, i personaggi portano la propria esperienza di violenza, condividendola e contribuendo a illustrare un particolare aspetto della violenza.

È questa l’occasione per fornire qualche elemento in più alla comprensione della spirale della violenza, per capire il perché è una trappola dalla quale è difficilissimo fuggire e le conseguenze che ha anche sul piano psicologico, oltre che fisico.

Chiara è il personaggio che mette in scena il classico “ciclo della violenza”.

Le esplosioni violente si alternano a fasi di rappacificazione, in cui il maltrattante apparentemente riconosce e chiede scusa per il suo comportamento abusante, promettendo di cambiare.

È questa una dinamica che ritroviamo spesso nei rapporti maltrattanti e che contribuisce a costruire una gabbia le cui sbarre sono difficili da oltrepassare. La donna che ne è prigioniera si trova nella confusione: alterna momenti di paura a momenti in cui rinasce la speranza che lui abbia capito e che le cose cambieranno. Il suo sforzo è quello di sopportare, in attesa che questo cambiamento si attui; nel frattempo si impegna a mantenere una immagine di famiglia perfetta all’esterno, per vergogna, ma anche per la disperazione di chi si aggrappa a quel poco che c’è di bello nella relazione.

Maria è una donna più matura, che racconta di una vita volta a scongiurare le esplosioni violente attraverso l’obbedienza, la sottomissione, fino al totale asservimento. È questo il dramma delle donne che spendono una intera esistenza pensando che se saranno più capaci, attente, docili, dedite al proprio marito, lui sarà più calmo e non avrà motivo per rimproverare o peggio, picchiare. È il personaggio che ci fa capire quanto tutto questo sia inutile, perché il maltrattante agirà violenza comunque.

Nonostante la vittima continuamente colpevolizzi se stessa, individuando le cause della violenza in un qualche errore commesso, di fatto la violenza cesserà solo se e quando lui lo vorrà, indipendentemente dal comportamento di lei.

Il personaggio di nome Cristina rappresenta l’esperienza di abuso in famiglia. I suoi monologhi sono uno spaccato sul dramma dell’incesto e sul clima di omertà familiare che rende sole, abbandonate ad un carnefice che non si può avere la forza di contrastare, per il potere schiacciante che un padre può avere su una figlia. Cristina dà anche voce alle pesanti conseguenze psicologiche che un simile trauma può avere per tutta la vita, in termini di autostima distrutta, senso di impotenza, depressione profonda.

Lucia è la donna forte, risoluta, che reagisce immediatamente. La consapevolezza di sé e dei propri diritti la porta a lasciare il partner violento dopo il primo schiaffo. Lucia diventa vittima di atti persecutori pesanti e con conseguenze drammatiche. La sua vicenda ci fa riflettere su quanto sia ridicola la questione che a volte viene posta quando si parla di violenza domestica: “E perché non lo lascia, se non le piace come la tratta?”

Uno dei motivi principali per cui una donna non lascia un uomo violento è che sa i rischi a cui andrebbe incontro. La violenza peggiora, quando lei decide di separarsi, con conseguenze a volte anche letali.

Lucia è il personaggio che paga il prezzo della sottovalutazione del pericolo.

L’ultimo personaggio, senza nome, è la donna che instaura col proprio carnefice un legame di patologica alleanza.

In psicologia viene definito “legame traumatico”, caratterizzato da una forma di dissociazione per la quale la vittima stessa nega la violenza, se ne distanzia, non la vuole vedere.

Lo fa innanzi tutto per sopravvivere lei a una realtà tanto orribile da poterla accettare solo negandola o trovandole giustificazioni. Il legame traumatico “normalizza” l’abuso, lo rende accettabile, ma mina profondamente una obiettiva percezione della realtà. Forse, se è senza nome, è anche perché è di tutte le donne di questo dramma quella che più perde se stessa, annullandosi.

Il progetto che ruota intorno a “La sala d’attesa” ha molteplici obiettivi:

  • mettere in scena non tanto la violenza quanto la sua narrazione, attraverso le parole delle donne, ridando quindi voce a coloro che voce non hanno avuto;
  • sensibilizzare e far conoscere le dinamiche e le conseguenze della violenza, per riconoscerle, difendersene, denunciarle alle prime avvisaglie, anche quando riguardano persone a noi vicine;
  • contribuire a finanziare associazioni private che gestiscono importanti presidi: centri e sportelli antiviolenza innanzi tutto.

Il gruppo “A casa di Teresa” è a disposizione delle varie realtà territoriali a cui interessa fare sensibilizzazione attraverso questa modalità. Scopri il loro progetto.

Continua a leggere

Protocollo Napoli

Protocollo Napoli

Consulenza psicologica nei procedimenti giudiziari per separazione e divorzio

Questo studio recepisce e attua il “Protocollo Napoli”, le linee-guida in materia di consulenza psicologica in caso di violenza, nella cornice della Convenzione di Istanbul.

Nei casi di violenza domestica e violenza assistita da parte dei bambini, gli esperti possono essere chiamati a valutare le condizioni per l’affidamento dei figli nella fase di separazione. Affinché sia garantita la tutela psicofisica non solo dei minori ma anche delle loro madri, vi sono dei principi ineludibili ai quali richiamarsi per gestire il caso non come una comune separazione, ma una situazione nella quale la sicurezza delle vittime della violenza va messa al primo posto.

Le colleghe Caterina Arcidiacono, Antonella Bozzaotra, Gabriella Ferrari Bravo, Elvira Reale ed Ester Ricciardelli definiscono i seguenti punti:

a) Valutare la presenza di violenza domestica nei confronti della madre (IPV)
b) Sollecitare gli esperti a un sempre maggiore approfondimento della specificità
c) Promuovere la distinzione tra intervento psicologico valutativo e trattamento
d) Promuovere l’ascolto del minore, partendo dal diritto alla ‘Safety First’
e) Promuovere il Dovere-Diritto alla genitorialità (Art. 30 della Costituzione)
f) Promuovere l’adesione solo ai costrutti scientifici validati da organismi internazionali
g) Promuovere modalità di affido che non alterino le abitudini di vita del minore

Valutare se nella famiglia il padre agisce violenza fisica, psicologica, sessuale sulla madre è un elemento di primaria importanza, alla luce del quale comprendere eventuali inadeguatezze sul piano della genitorialità: per il padre in termini di pericolosità; per la madre in termini di sintomatologia traumatica da non confondere con disfunzioni o fragilità personali più strutturali.

Download del protocollo

Continua a leggere

Si rimugina troppo?

Si rimugina troppo? – 

Una grande parte dei disturbi depressivi o ansiosi va di pari passo con quel rimuginio ininterrotto, ripetitivo e controproducente che può occupare ore e ore delle nostre giornate.

La principale caratteristica del rimuginio è la sua ripetitività e ridondanza, che lo distingue nettamente dal pensiero finalizzato alla soluzione di un problema. Spesso riteniamo che per risolvere un problema lo dobbiamo comprendere alla radice, analizzarne tutte le sfaccettature, approfondirne le cause e prevederne tutte le conseguenze. E poi ricominciare da capo, perché nulla sia sfuggito a questa analisi. Ci si pongono sempre le stesse domande, a cui non riusciamo da trovare risposte soddisfacenti, il che ci porta a ripetere l’intero processo, potenzialmente anche all’infinito. Questo è il modo migliore per restare incagliati in una situazione di stallo, carico di ansia e agitazione da cui nel tempo sarà sempre più difficile venir fuori. Osservando se stessi bloccati e in preda a una sofferenza emotiva sempre più intensa, finiremo anche completamente scoraggiati circa la possibilità di modificare lo stato di cose, di qui anche l’umore basso che a volte ci può attanagliare.

Vi è alla base un errore di fondo: si ritiene che più si riflette su una questione e più essa ci diventerà chiara e noi saremo più capaci di affrontarla, il che è del tutto sbagliato. Alcune varianti di questo pensiero:

  • più cerco di capire gli errori del passato e più sarò in grado di prevenire errori futuri;
  • più comprendo le radici dei miei problemi analizzando il mio terribile passato e prima ne verrò fuori;
  • più cerco di prevedere tutte le possibilità, più sarò preparato ad affrontare le situazioni;
  • più mi concentro su me stesso e più sarò capace di controllare le mie emozioni;
  • più rievoco le figuracce che ho fatto e più sarò pronto a gestire le successive occasioni sociali;
  • più mi rimprovero per gli errori fatti, più troverò la motivazione per cambiare;
  • più mi preoccupo, maggiore sarà la probabilità di successo.

Il motivo per cui questo metodo serve solo ad incrementare la nostra ansia, è che il pensiero ruota per tempi lunghissimi intorno ai nostri errori, inefficienze, inadeguatezze, pericoli futuri, insomma, tutto ciò che di negativo c’è nella nostra vita passata, presente e futura. Finiamo così per rinforzare il giudizio negativo su noi stessi, sul mondo e sulla vita. Tutto ciò non ci aiuta né a stare meglio, né ad essere più efficaci.

La tendenza a rimuginare è più diffusa di quanto si pensi e bisogna dire che quando è limitata nel tempo, non è sempre completamente negativa: a volte ci è utile prepararci a una sfida importante cercando di prevedere quello che ci aspetta, oppure riflettere sui propri errori per apprendere da essi. A segnalarci che abbiamo superato il limite, interviene l’ansia e la netta sensazione di essere in un circolo vizioso logorante, che non ci aiuta nell’azione, anzi ci frena, ci inibisce e, incrementando le nostre paure, ci paralizza. Ci si sente sopraffatti dalla preoccupazione, che finisce per occupare tutto lo spazio mentale, impedendoci di concentrarci nello studio e nel lavoro, godere appieno di un’attività di svago o apprezzare un momento di riposo. Nei casi più gravi la preoccupazione può toglierci il sonno.

Chi porta questo problema in una psicoterapia, spesso segnala di aver provato tutti i sistemi possibili per “smettere di pensare”, senza riuscire. Eppure esiste la possibilità di indagare questa problematica alla luce dei più recenti modelli metacognitivi e applicare strategie capaci di approcciarsi ai propri pensieri in modo diverso, più leggero, libero e costruttivo.

Per un consulto su questo tipo di esperienza mentale, è possibile richiedere una valutazione diagnostica e un aiuto per un dialogo interno più costruttivo.

Continua a leggere

Dottoressa, è il mondo che non va

Dottoressa, è il mondo che non va – 

Per la serie “spiegazioni controproducenti”: L’IDEA DI UN MODO OSTILE.

Quando abbiamo un problema che ci procura un qualche disagio psicologico, la prima operazione che fa il nostro cervello è immaginare le cause del problema stesso: dobbiamo darci delle spiegazioni, se vogliamo risolverlo e toglierci da quella situazione. Questa operazione è fondamentale e a seconda delle risposte che ci daremo, sceglieremo soluzioni diverse, alcune delle quali utili per risolvere il problema, altre invece inutili se non addirittura controproducenti. Se la spiegazione che ci diamo è disfunzionale o non aderente alla realtà, i nostri tentativi di soluzione del problema saranno con ogni probabilità fallimentari.

Una classica distorsione del pensiero consiste nel ritenere che la radice del problema risieda nel mondo là fuori, con la totale esclusione di una responsabilità da parte nostra. Questo tipo di prospettiva può prendere forme diverse:

  • l’idea di attrarre solo persone cattive, violente, manipolatrici o inadatte, colpevoli di farci soffrire,
  • l’idea che il problema sia di essere una persona troppo buona, destinata a essere schiacciata in un mondo di persone egoiste, menefreghiste e senza scrupoli,
  • l’idea che gli altri abbiano sempre cattive intenzioni nei nostri confronti, per cui non abbiamo scelta se non difenderci isolandoci o contrattaccando,
  • l’idea di essere sfortunati e quindi colpiti in maniera elettiva da una sorte avversa,
  • l’idea di essere nati con un destino più duro e difficile degli altri, i quali avrebbero invece tutti una vita più agevolata.

La sostanza non cambia: il problema non sono io.

Una delle conseguenze di questo tipo di logica, è che i propri comportamenti disfunzionali vengono visti come una naturale e inevitabile reazione a quanto ci accade. Insomma la conclusione è: “io non ci posso fare nulla.”

Tutto ciò sembra salvaguardare il nostro amor proprio, come se ci alleggerissimo in un qualche modo, ma solo in apparenza questo è buono per noi. Sposare questa prospettiva significa infatti scivolare nella depressione dovuta al senso di impotenza, lo scoraggiamento e una visione completamente negativa del mondo. Si diventa sempre più soli perché i rapporti personali tendono ad essere compromessi dalla sfiducia e dalla diffidenza. Il disagio è spesso collegato con lunghe e improduttive rimuginazioni di rabbia.

Finché non si riesce a mettere a fuoco il proprio ruolo in quanto accade, nei termini di almeno una parziale responsabilità, non si può nemmeno riuscire a immaginare di avere un potere di cambiamento e una reale capacità di modificare l’esito.

Facciamo un esempio: se non raggiungo un obiettivo, come superare con successo un colloquio di lavoro, ho due possibilità: pensare che la sfortuna si accanisce su di me e quindi non troverò mai un lavoro, con la conseguenza di scoraggiarmi e rinunciare a presentarmi ad altri colloqui. Oppure pensare che trovare un lavoro non è facilissimo, però magari anche il mio modo di pormi non è stato efficace. Allora, invece di scoraggiarmi, potrò lavorare per migliorare la mia capacità di presentarmi, mantenere il contatto oculare col mio interlocutore, spiegare con sicurezza i miei punti di forza, prepararmi meglio su determinate tematiche, fare domande pertinenti, ecc. Ecco che riconoscere la propria responsabilità apre le porte ad un cambiamento che aumenterà le probabilità di successo.

Un percorso di psicoterapia cognitivo-comportamentale può facilitare questo passaggio e ridare senso di efficacia, fiducia e potere di cambiamento, interrompendo circoli viziosi improduttivi.

Continua a leggere

Dottoressa, sarà il mio carattere?

Dottoressa, sarà il mio carattere? – 

Per la serie “spiegazioni controproducenti”: L’IDEA DI UN CARATTERE INNATO.

Quando si affronta un percorso di psicoterapia, come è giusto che sia, la persona che cerca aiuto per le proprie difficoltà ha già elaborato tra sé e sé delle spiegazioni circa la natura e le cause del proprio problema. Avrà anche già tentato delle strategie per risolverlo, senza riuscire o riuscendo solo in parte, il che giustifica la richiesta d’aiuto professionale. Gli esseri umani hanno questa qualità: osservano se stessi e il proprio comportamento e ne traggono delle conclusioni. La natura di queste ultime può essere funzionale o disfunzionale, a seconda che permetta di risolvere il problema o meno. Vi sono una serie di luoghi comuni e di pensieri ricorrenti che spesso sono di ostacolo a chi sta cercando di apportare un cambiamento in positivo alla propria vita. In questo articolo analizziamo il primo: l’idea di essere portatori di un “carattere” particolare.

La storia della psicologia ha contribuito a questa rappresentazione, approfondendo nel tempo concetti quali: “temperamento”, “costituzione”, “carattere”, “tipo psicologico” e infine “personalità”. Abbiamo la percezione di essere un complesso unitario, un tutt’uno con caratteristiche peculiari, che in qualche modo determina il nostro modo di agire e di reagire. Osserviamo il nostro comportamento e abbiamo la sensazione che ci siano delle costanti, delle modalità tipiche che ci definiscono.

Il concetto di “carattere” è uno dei più potenti ostacoli ad un percorso di psicoterapia che io abbia mai incontrato.

Esso infatti presuppone una base stabile e immodificabile, almeno in parte, che rende pessimisti circa la possibilità di un cambiamento, frena l’intraprendenza e boicotta l’impegno profuso verso gli obiettivi che ci si pone. Ogni insuccesso viene letto come la prova di una costituzionalità o peggio, di un destino immutabile. I successi, viceversa, saranno con più probabilità letti come il risultato del caso o della fortuna o della benevolenza altrui, qualcosa che si raggiunge nonostante le proprie tare.

Tutto è basato su un fraintendimento di fondo. È senz’altro vero che ognuno di noi possiede delle tipiche modalità di reagire al proprio ambiente, che tendiamo a ripetere. Nel percorso di vita sperimentiamo strategie che possono anche funzionare in determinati momenti (ad es. per ottenere amore, riconoscimento, conferme, attenzione, lodi, benefici materiali, intimità, ecc.) e ovviamente tenderemo a riproporle, attraverso un banale meccanismo di apprendimento. Tali strategie possono in seguito rivelarsi disfunzionali oppure insufficienti. L’errore sta nel ritenere che queste modalità ripetute tali e quali nel tempo siano definite da una sorta di impronta genetica o familiarità che le definisce e le perpetua. Se si è in questo pensiero, è improbabile valutare di intraprendere un percorso di crescita personale, oppure sì, ma senza crederci troppo. Si chiude il discorso dicendo a se stessi: “io sono così, punto” e arrendendosi a qualcosa che viene percepito come un muro di gomma contro il quale è inutile scagliarsi.

“Sono fatto così”, “ci sono nato”, “è più forte di me”, sono delle varianti dello stesso concetto, che porta a concludere: “Che ci posso fare? Nulla.”

La chiave sta nel rovesciare questa prospettiva, basandosi appunto sul concetto di apprendimento. Tutto ciò che è stato costruito attraverso l’esperienza, può essere in qualunque momento accantonato nel momento in cui si fanno esperienze diverse che permettono l’apprendimento di nuove abilità. Questo è possibile lungo tutto l’arco della vita. La probabilità di riuscita risiede proprio nella capacità di mettere in discussione l’esistenza di un carattere che non saremo mai in grado di demolire e mettere a fuoco invece obiettivi realistici verso cui impegnarsi con fiducia.

Il successo di una psicoterapia non dipende mai da caratteristiche intrinseche del paziente, ma dall’impegno che profonde con maggiore o minore determinazione verso un obiettivo.

La scelta di un approccio psicoterapeutico comportamentista sostiene questo tipo di logica, perché accantona le dotte elucubrazioni e le inverosimili interpretazioni, per concentrarsi sulla concretezza del cosa fare, come gestire, quale abilità si possono rinforzare, allargando la gamma delle opzioni a propria disposizione invece di chiudersi all’angolo.

Continua a leggere

L’autostima è un percorso

L’autostima è un percorso – 

Spesso le azioni che facciamo pensando di aumentare la nostra autostima sono proprio quelle che la distruggono.

L’errore di base è quello di pensare che essere determinati, capaci, spontanei o socialmente competenti sia un “carattere” con cui siamo nati. Già pensare questo ci taglia le gambe, perché non siamo nell’ottica di poter agire nella direzione del cambiamento e dell’incremento dell’autostima. Di fronte alle difficoltà ci sentiamo così costituzionalmente inadeguati, inferiori, inadatti.

La prima strategia disfuzionale che potremmo mettere in atto per cercare di migliorare la situazione è arrendersi a quella che sembra essere un’evidenza, ed evitare tutte le situazioni nelle quali ci potremmo sentire a disagio. In questo modo non ci esponiamo, non rischiamo e nemmeno cresciamo. Osservando il nostro stesso comportamento giungiamo a delle conclusioni deleterie: “sono un codardo”, “sono pauroso”, “sono incapace”, “sono fragile”, “sono debole”. Autostima? Sotto i piedi. E tanto più ci impegniamo a restare nella nostra zona di comfort e tanto più forte diventerà questa certezza.

Talvolta si decide di reagire a questo stato di cose, ma in modi che ulteriormente indeboliscono la nostra autostima. Quello più tipico? Porsi un obiettivo molto elevato, sfidando le proprie paure più grandi e dire a se stessi: “se riuscissi a raggiungere quell’obiettivo, allora potrei dimostrare che valgo.” E’ una modalità di pensiero del tipo tutto/niente: “o riesco a raggiungere immediatamente la vetta (e allora vuol dire che sono una persona di valore), oppure significa che non valgo nulla.” Siccome l’obiettivo che ci si è posti è eccessivamente alto e non raggiungibile subito, ecco che ci esponiamo ad una probabilità di fallimento molto alta. E alla fine ne dovremo concludere che sì, effettivamente “non sono all’altezza, sono un totale incapace, un fallimento.” Ecco che la strategia che nelle nostre intenzioni ci doveva aumentare l’autostima, di fatto ci restituisce, rinforzato, un pensiero negativo e squalificato di noi stessi.

La buona notizia è che, se da un lato alcune strategie disfuzionali possono peggiorare la nostra autostima, ve ne sono altre capaci di migliorarla sensibilmente. Ma come si può uscire dalla propria zona di comfort senza che quello che facciamo ci torni indietro come un boomerang?

Oltre il confine della zona di comfort esiste la cosiddetta “zona di apprendimento“, un’area all’interno della quale possiamo sperimentare senza correre grossi rischi di fallimento, ottenere successi, crescere, diventare via via più competenti e sicuri di noi stessi. L’autostima è un percorso, nel quale possiamo compiere passo passo progressi nella direzione di allargare la nostra comfort zone.

Un percorso di psicoterapia comportamentale si basa essenzialmente su una serie di tecniche la cui efficacia è sperimentata, per esporsi alla cosiddetta “zona di apprendimento” sentendosi efficaci e rinforzando così l’autostima. L’approccio comportamentale fornisce strumenti concreti che rendono le persone sempre più abili nel gestire situazioni fino a quel momento temute ed evitate, di difficoltà via via crescente, fino ad arrivare all’obiettivo inizialmente percepito come irraggiungibile. Se non è affidata all’improvvisazione, ma a un piano terapeutico strutturato, la probabilità di successo è decisamente maggiore.

Per avere una consulenza su un percorso di incremento dell’autostima, puoi contattare la dott.ssa Grilli esperta in tecniche di tipo comportamentale.

Continua a leggere

Catastrofi e violenza di genere

Catastrofi e violenza di genere

17-19 maggio 2019: formazione ARES (Associazione Regionale di Emergenza Socio-sanitaria) “Un’ora dopo…one week later – Interventi integrati in medicina delle catastrofi.”

In questo contesto ho potuto gestire un laboratorio rivolto ai medici, infermieri e psicologi dell’emergenza su “Catastrofi e violenza di genere”.

Diversi studi, infatti, suggeriscono che nell’immediatezza di una catastrofe (terremoti, inondazioni, uragani, ecc.) e nelle fasi successive, il tasso di violenza sulle donne e sui bambini tende ad aumentare in termini di frequenza e gravità. La violenza nelle catastrofi è stata poco indagata, tuttavia alcuni studi sistematici sull’argomento mostrano come dopo un disastro tendono ad incrementare la violenza domestica, la violenza sessuale e l’abuso sui minori.

Quando una donna è già vittima di violenza da parte di un partner, è probabile che sperimenti una escalation in termini di frequenza e gravità, subito dopo una catastrofe. La motivazione centrale di ogni forma di violenza sulle donne è il bisogno di potere e controllo del maltrattante. La percezione di controllo naturalmente vacilla in concomitanza con il disastro; di qui l’esigenza di alzare il tiro e ripristinare il controllo attraverso l’unica modalità che conosce: sottomettere, umiliare, schiacciare la volontà dell’altra.

Nelle fasi successive a un disastro, le donne e i bambini esposti a queste forme di violenza vanno più facilmente incontro a un disturbo post-traumatico da stress o altri disturbi d’ansia o depressivi, in quanto  vengono combinati gli effetti di più eventi traumatici.

La situazione delle vittime è particolarmente critica per le donne, in quanto devono fronteggiare l’esacerbazione di comportamenti violenti ai loro danni, nelle già difficili condizioni di sopravvissute ad un disastro:

  • viene meno la loro rete informale di sostegno sociale, aumenta l’isolamento e l’esposizione al controllo del proprio carnefice;
  • la rete formale di supporto e protezione per le donne vittime di violenza collassa. Nella fase dell’emergenza disastro, può essere più difficile ottenere aiuto da forze dell’ordine e servizi locali, a loro volta surclassati e impegnati a fronteggiare l’emergenza;
  • la perdita di beni e risorse stressa il conflitto familiare e riduce le risorse a disposizione della donna per poter interrompere la relazione e mettersi in sicurezza con le proprie forze;
  • Inoltre, la precarietà delle condizioni di vita rende le donne più vulnerabili ad aggressioni di estranei e a stupri – la motivazione di questo fenomeno risiede sempre nel bisogno di potere e controllo.

Il laboratorio è stata una vera e propria esercitazione volta a incrementare la capacità di riconoscere i campanelli di allarme di una relazione maltrattante e fornire spunti per gestire il caso in un contesto emergenziale come quello di un ospedale da campo.

Grazie ad ARES per aver inserito all’interno del proprio programma formativo anche questo laboratorio, dimostrando attenzione alle esigenze delle donne anche in situazioni in cui normalmente tutti gli sforzi sono concentrati a fronteggiare un’emergenza.


Continua a leggere

Uomini maltrattanti e come non cascarci di nuovo

Uomini maltrattanti e come non cascarci di nuovo – 

Il 18 gennaio 2019 si è tenuto  il convegno dal titolo “Ciao maschio. La rappresentazione del maschile nella cultura della violenza.”

All’evento, organizzato presso la Regione Marche dalla cooperativa Polo 9, ho partecipato rappresentando il centro antiviolenza di Ancona. Dopo che sono state discusse le radici culturali del patriarcato e della rappresentazione del maschile che sottostà alla cultura della violenza sulle donne, sono stati presentati diversi servizi che offrono un percorso di consapevolezza e di responsabilizzazione per uomini che hanno agito violenza nelle relazioni di intimità, in particolare il punto V.O.C.E. che in Ancona ha istituito lo sportello di ascolto per maltrattanti. Come centro antiviolenza, ho avuto il ruolo di riportare l’attenzione sul vissuto delle donne, i soggetti che pagano il prezzo più alto di una mascolinità tossica, in termini di perdita di libertà, autonomia e sicurezza personale.

Ho così potuto portare la mia esperienza di affiancamento delle donne che desiderano liberarsi dalla violenza e sottolineato come anche una donna molto determinata nella sua decisione di lasciare un uomo maltrattante, possa tornare sui propri passi quando lui si mostra pentito e sofferente e dichiara di voler intraprendere un percorso di cambiamento.

Ma come facciamo a sapere se le sue dichiarazioni di buona volontà sono autentiche oppure non sono altro che una manipolazione, una tattica per convincere la donna a tornare sui propri passi e così riprendere potere su di lei?

La decisione di lasciare un uomo, benché violento, è spesso tormentata, difficile, dolorosa e carica di dubbi, soprattutto se la donna non ha una completa autonomia economica e si hanno magari dei figli insieme.

“Lasciarlo o rimanere?”

“Denunciare o no?”

“Le ho davvero provate tutte o c’è ancora qualcosa che posso fare per farlo cambiare?”

“E quanti tentativi devo fare prima di darmi per vinta e andare per la mia strada?”

La scelta di interrompere la relazione è ostacolata così da una serie di auto-accuse del tipo: “Se me ne vado sarò colpevole di aver sfasciato la famiglia, è una scelta egoistica, farò soffrire i miei figli togliendogli il padre, avrò dimostrato di essere un’incapace e un fallimento dome moglie e come madre”. D’altra parte tutti questi pensieri sono ampiamente rinforzati dal maltrattante, che non manca occasione per esplicitare e dare voce a queste accuse.

Ovviamente, se si aggiunge la dichiarazione di aver compreso i propri errori, di aver già fissato un appuntamento da uno psicologo, di voler cambiare seriamente stavolta, ecco che lei può essere tentata di offrire un’altra opportunità, per il bene della famiglia e dei figli, oppure semplicemente perché vuole credere alle promesse di lui.

“Che faccio, non gliela do una chance, proprio adesso che lui sembrerebbe che abbia capito?”

“Sono così cattiva ed egoista da chiudergli la porta in faccia, proprio quando fa lo sforzo di cambiare?”

“Ho sopportato per tanti anni e proprio ora che forse ci siamo cosa faccio, mollo?”

Naturalmente, qualunque essere umano ha la capacità di cambiare e crescere, compresi gli uomini che hanno agito violenza. I dati forniti dai colleghi che operano con i maltrattanti, tuttavia, non sono incoraggianti: pochissimi uomini violenti si rivolgono a questi servizi e ancora meno completano il percorso di consapevolezza che essi offrono. La statistica è impietosa: se un uomo violento dice che è cambiato, è più probabile che sia un inganno, piuttosto che la verità. Non solo: ad ogni ritorno tra le braccia di un uomo violento, ci si espone inevitabilmente ad un rischio di nuove e più gravi violenze. Si tratta quindi di un momento delicato e potenzialmente pericoloso.

Ma da quali elementi si può capire se le parole di lui corrispondono ad una vera spinta a cambiare le proprie modalità relazionali, nella direzione del rispetto? Ecco delle frasi tipiche, che le donne vittime di violenza si sentono dire dai propri maltrattanti per convincerle a tornare da loro. Analizziamole insieme:

“Sono già andato due volte dalla psicologa, come vedi io adesso sono cambiato, quasi non mi riconoscerai, ho capito quanto ti amo e quanto ho bisogno di te per vivere”.

Un percorso di crescita personale di sole due sedute è piuttosto miracoloso. Mettere in discussione fino alle radici i propri presupposti che giustificano comportamenti violenti, di umiliazione, fino alle torture personali gravi, non si fa con un impegno così esiguo. In secondo luogo, “ho bisogno di te per vivere” rivela un attaccamento morboso che è un segnale d’allarme: è proprio l’impossibilità di tollerare sul piano affettivo di perdere la persona amata vista come un oggetto di possesso, a motivare le persecuzioni e la limitazione della libertà della donna.

“Torna a casa, ti prego, faccio tutto quello che mi chiedi, lo giuro, sto troppo male senza di te, sii buona, così mi fai soffrire.”

Lui dà a intendere che cederà il suo potere in favore di lei, facendo tutto quello che lei desidera. Solo fermandosi alla superficie questo può essere rassicurante: lui non sembra infatti possedere l’idea di un rapporto veramente alla pari, fatto di scambio e mediazioni. O mi prendo tutto il potere e ti schiaccio, oppure graziosamente lo cedo tutto a te. In ogni caso, lui non perde occasione per farla sentire in colpa, attribuendole la responsabilità della sua sofferenza. La colpevolizzazione è da sempre una delle armi preferite degli uomini violenti.

“Lo so che ho sbagliato ad alzare le mani su di te, adesso l’ho capito, e anche a dirti tutte quelle brutte cose. Mi faccio schifo se penso a quello che ti ho fatto. Se tu magari riesci ad essere più comprensiva con me, io di sicuro ti mostrerò che posso essere una brava persona.”

Lui apparentemente riconosce di aver sbagliato. Il problema è sempre la sottile manipolazione attraverso la quale suggerisce che un po’ dipende anche da quanto lei riesce a essere “comprensiva”. E’ una inaccettabile condivisione delle responsabilità. Finché lui non si assume la totale responsabilità della violenza che fa, stiamo perdendo tempo.

“Da quando te ne sei andata, ho capito tutto, ho capito che ho sbagliato tante cose. Ma adesso gli errori che ho fatto li ho capiti, è stata tutta colpa mia, ma ora ti prego dammi un’altra opportunità.”

Non ci caschiamo: lui sembra volersi accollare tutte le responsabilità, ma in modo troppo vago e sfuggente. Se si è veramente consapevoli del problema, si deve essere capaci di nominarlo. Il problema della violenza è il fatto di non riuscire ad accettare una partner come una propria pari, con la sua libertà e i suoi diritti. Il problema della violenza è il bisogno di potere e di controllo su di una donna per potersi sentire un “vero uomo” (qualunque cosa voglia dire). Se lui non riesce a riconoscerlo esplicitamente, si tratta di parole vuote, dietro le quali non vi è alcuna consapevolezza.

E infine, attenzione: anche quando un uomo che ha agito violenza riesce a prendere consapevolezza del problema e ad assumersene la responsabilità, questo è comunque l’inizio di un processo di cambiamento, non la fine. E la strada è lunga.

Continua a leggere