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Il disimpegno morale di Bandura… a Gaza

La teoria del disimpegno morale di Albert Bandura spiega come le persone possano compiere azioni immorali o crudeli senza provare sensi di colpa e senza compromettere la propria autostima.

Impossibile non associare quanto sta accadendo a Gaza con quelli che sono i meccanismi cognitivi ormai ben noti che qualunque carnefice attua dentro di sé, per normalizzare e giustificare a se stesso le atrocità che compie su altri esseri umani.

Impossibile anche non ricordare, dai miei studi universitari, che i primi ricercatori che studiarono questi aspetti, approfondendo le radici culturali, psicologiche e sociali che avevano reso possibile l’Olocausto – Adorno, Horkheimer, Lewin, Fromm e altri – erano tutti ebrei perseguitati dal nazismo rifugiatisi in America.

Il disimpegno morale di Bandura

La teoria di Bandura, che trovo particolarmente utile, mostra come attraverso il disimpegno morale si ridefiniscono cognitivamente le proprie azioni per non sentirsi responsabili o colpevoli, anche quando quelle azioni violano norme etiche e producono conseguenze drammatiche sul piano umano.

Bandura identifica otto meccanismi psicologici che letteralmente disattivano la coscienza morale, rendendo possibile l’attuazione di atrocità senza provare conflitti interiori. Li troviamo praticamente tutti nel dibattito sul genocidio in atto nella Striscia di Gaza, segno che tutti gli studi sul funzionamento umano portati avanti dal secondo dopoguerra non ci hanno reso persone migliori, purtroppo.

Tuttavia, da psicologa devo continuare a pensare che la consapevolezza può salvarci e renderci persone più sensibili, compassionevoli e gentili, verso gli altri e verso noi stessi. Provo quindi a spiegare come i meccanismi cognitivi del disimpegno morale rendono possibile un genocidio, lasciando i carnefici con la beata convinzione di agire per il bene e dunque perfettamente a posto con la propria coscienza.

Gli otto meccanismi del disimpegno morale

1 – Giustificazione morale: si ridefinisce l’atto immorale collegandolo con uno scopo superiore o addirittura nobile, in modo da farlo apparire giusto, utile o necessario

Un’azione palesemente ingiusta e brutale, come l’uccisione di bambini in fila per il cibo, nel momento in cui viene collegata a valori superiori, viene trasformata in qualcosa di doloroso sì, ma necessario o addirittura virtuoso. Chi perpetra tali brutalità non si sente colpevole, ma eroico. L’uccisione in massa dei palestinesi è giustificata come una necessità legata alla sicurezza nazionale e alla lotta contro il terrorismo di Hamas. L’invasione viene presentata come una missione moralmente necessaria alla sopravvivenza, per proteggere i civili israeliani.

Invocando l’autodifesa, si trasforma un’azione militare che uccide in prevalenza i civili in un “diritto”, posto all’interno di una cornice “morale” sostenuta anche dall’idea estremamente diffusa tra gli israeliani che gli ebrei, “popolo eletto”, abbiano una missione o uno scopo particolare nel mondo, legato al loro rapporto speciale con dio. Alcuni leader e sostenitori israeliani invocano la protezione del popolo ebraico come “dovere sacro”, talvolta citando testi religiosi per giustificare l’uso della forza. Ed ecco che l’orrore diventa moralmente accettabile e il rimorso un fardello facile da rimuovere.

2 – Etichettamento eufemistico: si usano parole neutre o ambigue per descrivere azioni gravi, mascherandone o attenuandone la brutalità

Il linguaggio influenza la percezione e ha il potere di attenuare o neutralizzare la gravità dell’atto, ad esempio attraverso termini come “operazione chirurgica”, “neutralizzazione di minacce”, “danni collaterali”, per riferirsi a bombardamenti che causano ingenti danni alle infrastrutture civili e perdite di vite umane, come se si trattasse di un’operazione legittima, precisa e controllata. In realtà, si tratta di azioni che colpiscono indiscriminatamente civili e possono essere considerate come crimini di guerra. Si usano espressioni come “situazione tragica ma inevitabile”, per normalizzare e rendere l’orrore più digeribile.

Il termine “genocidio”, invece, continua a incontrare notevoli resistenze, con una serie di sottili distinzioni tecniche e semantiche, allo scopo di addolcire la percezione di quello che avviene realmente. “Genocidio” implica un’azione sistematica e intenzionale di sterminio, con l’intento di annientare un popolo o un gruppo, mentre “guerra” o “conflitto israelo-palestinese” suggeriscono che le vittime siano solo “collaterali” di uno scontro tra due parti in lotta e non parte di un piano deliberato di sterminio o distruzione. La questione linguistica non è secondaria, in termini di evitamento di assunzione di responsabilità, anche a livello internazionale.

3 – Confronto vantaggioso: si paragona il proprio atto immorale a uno ben più riprovevole, per farlo sembrare relativamente accettabile

La violenza su larga scale di Israele, confrontata con le atrocità commesse da altri Stati (ad esempio la Siria) oppure dallo stesso Hamas, viene ridimensionata nella percezione della gravità e quindi nell’impatto emotivo e morale. Si citano spesso gli ostaggi israeliani ancora detenuti a Gaza e le condizioni in cui sono tenuti, come simbolo della brutalità di Hamas, mentre Israele sottolinea di aver adottato misure preventive, come avvisi di evacuazione e corridoi umanitari, per ridurre il numero di vittime civili. Il presidente israeliano Herzog ha dichiarato: “Israele non uccide indiscriminatamente”, passando il concetto che le loro uccisioni sono mirate e legittime, non barbare e irrazionali come quelle di altri.

4 – Dislocamento della responsabilità: si attribuisce la decisione e quindi la colpa a un’autorità superiore, negando il proprio ruolo

Rappresentarsi come “esecutori” di ordini superiori invece che “autori” di un’azione immorale, permette a chi agisce di dissociarsi dalle conseguenze morali delle proprie azioni e di azzerare il peso della colpa. È come dire: è terribile quello che sto facendo, ma non sono io ad averlo voluto; che colpa possono averne? Ogni militare tende a deresponsabilizzarsi attribuendo la decisione alla gerarchia militare superiore.

Nel caso di Israele, la responsabilità ultima è di dio. Il dislocamento avviene riferendosi a un disegno superiore o collettivo che va oltre la propria responsabilità personale. Ritenendo che le proprie azioni siano parte di un mandato divino o di un destino scritto, gli atti violenti non sono più visti come un’azione brutale personale, ma come una manifestazione della volontà di dio. È infatti dio ad aver scelto gli ebrei come “popolo eletto” e ad aver loro assegnato la “terra promessa”.  L’individuo che non agisce secondo la propria volontà, ma obbedisce a un mandato divino che non può essere messo in discussione, dorme i sonni tranquilli di chi ha la coscienza a posto.

5 – Diffusione della responsabilità: la responsabilità di un’azione viene condivisa tra più soggetti, riducendone il peso individuale

È un meccanismo che consente la dispersione della responsabilità riducendo il senso di colpa e la pressione morale sul singolo. Il sostegno (leggi complicità) internazionale contribuisce a legittimare e perpetuare il massacro a Gaza, come se l’azione fosse condivisa e quindi meno imputabile. La responsabilità di Israele viene diluita, se vi sono Paesi che continuano a fornire armi e a sostenere il suo “diritto alla difesa”, pur conoscendo le accuse di genocidio.

6 – Distorsione delle conseguenze: si nega o si minimizza l’impatto dell’azione immorale o i suoi effetti dannosi, fino a renderli irrilevanti

La propaganda israeliana enfatizza le azioni che sarebbero state intraprese per evitare le vittime civili (avvisi di evacuazione tramite i volantini, corridoi umanitari), per sostenere che le conseguenze negative sono tutto sommato limitate o non intenzionali.

Qualche commentatore si è spinto oltre, dimostrando dati alla mano che la popolazione di Gaza sarebbe aumentata, per poter negare le evidenze di una distruzione sistematica. La demografia viene usata in questo caso per rendere invisibili le vittime e per oscurarne la sofferenza. Sono numeri e non persone, sono in aumento e quindi non può esserci genocidio. Di pari passo si enfatizzano le vittime israeliane, amplificando la portata delle sofferenze dei singoli ostaggi, sofferenza senz’altro reale, ma che appare come di più degna considerazione rispetto quella delle vittime palestinesi.

7 – Deumanizzazione: si nega l’umanità della vittima, riducendo l’empatia nei suoi confronti

Descrivendo le vittime come appartenenti a un gruppo inferiore o meno umano, la crudeltà nei loro confronti è possibile senza rimorsi. Se ci si considera il popolo prescelto da dio, ovviamente gli altri sono poco più che bestie o parassiti e non meritano rispetto. Anche l’essere stati vittime di un Olocausto fornisce agli israeliani un elemento che giustifica il porsi in una posizione superiore, praticamente intoccabile, rispetto a chiunque altro. I palestinesi vengono spesso descritti in modo stereotipato o disumanizzante, associati indistintamente a terroristi di Hamas o a soggetti a cui non è attribuita la dignità di persone. Discriminazioni, violenze e uccisioni nei loro confronti generano meno orrore.

8 – Attribuzione di colpa: si rovescia la responsabilità sull’altro, facendo apparire la vittima come causa del proprio destino

Questo meccanismo comporta il portare a ritenere che la vittima abbia meritato il danno subito. Se l’altro “se l’è meritato”, allora l’atto è giusto. Le azioni di sterminio vengono presentate come risposta agli attacchi del 7 ottobre 2023. In questo modo, i palestinesi sono rappresentati come responsabili della propria sofferenza per aver “provocato” Israele, narrazione che ribalta il ruolo di aggressore e vittima. Qualcuno ha perfino parlato di “punizione collettiva”.

A volte ci si è spinti fino a dire che sono i palestinesi a mettersi in pericolo e a non proteggere i propri figli.  Si sostiene che se Hamas si nasconde tra la popolazione, è “colpa loro” se i civili vengono colpiti, perché usati come scudi umani. Alcune narrazioni suggeriscono che i palestinesi vogliono Hamas e quindi sono corresponsabili delle loro azioni terroristiche. È un meccanismo molto efficace per evitare la colpa. Se l’intero gruppo palestinese è colpevole per le azioni di Hamas, allora l’intera popolazione di Gaza è un obiettivo legittimo.

Non dimentichiamo che, come mammiferi, siamo creature sociali, naturalmente inclini a relazioni affettuose, alla compassione e alla gentilezza verso i nostri simili. Siamo crudeli quando la tenerezza, biologicamente connaturata in noi, viene disattivata attraverso una narrazione che legittima quello che naturalmente ci ripugnerebbe.

Spero davvero che la consapevolezza di questi meccanismi possa diventare una forma di resistenza morale: un modo per non lasciarsi manipolare, per scegliere intenzionalmente la compassione al posto dell’odio e per non sospendere mai la nostra coscienza morale.

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Il cerchio di Banpo 2025

Il laboratorio sarà proposto nel 2025 alle donne che ruotano intorno all’associazione Artemisia di Fabriano. L’edizione del 2025 verte sulla Compassion, cioè quella qualità di tenerezza, gentilezza e comprensione che è elemento fondamentale di un sano rapporto con se stessi e gli altri, basato sulla validazione, l’accettazione incondizionata e il non giudizio.

La società intera e la famiglia nello specifico potrebbe averci indirizzato verso un atteggiamento eccessivamente critico, esigente o punitivo verso noi stessi, che ci rende vulnerabili ad ansia, depressione e comportamenti disfunzionali volti a colmare le nostre presunte inadeguatezze.

Il laboratorio si propone come obiettivo la comprensione dei nostri sistemi emotivi, con particolare riguardo al sistema calmante e di accudimento, che appunto ruota intorno alle qualità  compassionevoli di cui siamo dotati come esseri umani e come mammiferi.

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Le parole della violenza

Non si deve credere che un uomo violento con la propria partner abbia comportamenti brutali tutto il tempo, fin dall’inizio della relazione. Al contrario, l’inizio è spesso caratterizzato da un corteggiamento altamente gratificante e pieno di attenzioni.

Prima che il vero e proprio maltrattamento esploda, ci sono una serie di segnali, indicatori di un rapporto quantomeno poco sano. Spesso è riconoscibile una strategia, di intensità crescente nel tempo, in cui lui si permette di alzare il tiro, dopo che un determinato livello di squalifica, controllo e limitazioni della libertà è stato normalizzato, accettato come usuale o tollerabile.

Ecco alcune frasi tipiche, di un uomo che passo dopo passo si conquista un controllo crescente su quella che sarà la sua vittima.

> Quando ti dipinge un quadro idilliaco di perfetta sintonia, in cui non hai bisogno di altro che di lui.
  • Staremo insieme per sempre, mi prenderò cura di te sempre.
  • Non hai bisogno di loro (famiglia, amici), hai me.
  • Voglio passare ogni secondo della mia vita con te.
  • Io farò avverare tutti i tuoi sogni.
> Quando si pone come il salvatore, sostituendosi a te, limitando la tua autonomia.
  • Sei la mia bambina.
  • Il mondo non è sicuro per te. Ti proteggo io.
  • Prima di fare qualunque cosa, chiedimelo.
  • Sei la mia regina, lascia che sia io a lavorare, tu non ne hai bisogno.
  • Provvedo io a tutto, tu riposati.
  • Lascia stare, queste sono cose da uomini!
  • In questo sei proprio negata, meglio che ci pensi io.
  • Non sono vere amiche, sono tossiche, non ti amano veramente, sono invidiose di te.
  • La tua famiglia è la causa di tutti i tuoi problemi. Ma ora ci sono io.
> Quando decide per te e ti controlla.
  • Non indossarlo. So io quello che va bene per te. Indossa questo.
  • A chi stai scrivendo? Dammi il telefono.
  • Dove sei? Mandami una foto di chi è con te.
  • No, non puoi bere un altro bicchiere.
  • Quando ti scrivo mi devi rispondere immediatamente.
  • No, non te ne puoi andare, farei brutta figura. Tu torni a casa con me.
  • Cos’hai comprato? Dammi gli scontrini.
  • Non puoi essere amica di questo tizio. Ora lo blocco nel tuo social.
> Quando pone condizioni basate sul sentimento che hai per lui oppure facendo leva sul senso di colpa.
  • Se mi ami, farai questo (atto sessuale o altro sacrificio).
  • Non posso vivere senza di te. Se mi lasci, mi ammazzo.
  • Se fossi una brava madre, nemmeno penseresti di uscire stasera.
  • Non vedi che sto male! Se mi amassi veramente non diresti/faresti questo.
  • O mia, o di nessun altro.
> Quando si assolve da qualunque colpa o scansa qualunque responsabilità, giustifica i propri agiti anche violenti, oppure fa la vittima.
  • La mia ex era pazza. Non puoi capire quello che ho sofferto a causa sua.
  • Mi fai del male come mai nessuno prima, smettila, mi distruggi. Sei cattiva.
  • È tutta colpa tua. Se facessi come dico tutto andrebbe bene.
  • Sei l’unica al mondo capace di farmi uscire di testa.
  • Nessuno mi capisce. Mi lasciate tutti solo come un cane.
  • Non sono violento. Sono solo sotto uno stress micidiale. Se tu questo lo capissi, non mi metteresti il carico sopra.
> Quando trova tutto quello che non va in te e ti fa sentire sbagliata, anche delegittimando come ti senti.
  • Non so come ho fatto a prendermi una [insulto] come te.
  • Stai esagerando. Tutti litigano, stai facendo i tuoi soliti drammi.
  • Sei ridicola. La gente pensa che parli sempre a sproposito. Tieni la bocca chiusa.
  • Non sai fare niente, sei una donna inutile.
  • Sei odiosa. Nessuno ti ama. Tutti amano me.
  • Non fingere di essere spaventata. Smettila di dipingermi come un mostro.
> Quando ti toglie speranza e fiducia, anche con le minacce.
  • Finirai da sola e senza niente, perciò pensa bene a quello che fai.
  • Non hai nessuno e nessuno ti crederà.
  • I bambini te li puoi scordare, non li vedrai più.
  • Provaci e poi vedi cosa ti capita.
  • Se lo dici a qualcuno, ti rovino.
  • Io sono l’uomo in questa casa. Se non fai quello che dico, finirai per strada.

Spesso il crescendo di gravità non è facile da discriminare, tanto che a volte alcune donne hanno la sensazione che prima delle vere e proprie aggressioni o dei comportamenti percepiti come spaventosi, la vita familiare era “tranquilla”. In realtà una serie di condotte finalizzate a mettere in piedi un sistema di potere e di controllo sulla donna erano iniziate molto tempo prima, gettando le basi di una condizione di impotenza, non reattività, sfiducia e auto-colpevolizzazioni che fungeranno da ostacolo alla donna quando poi avrà l’esigenza di sottrarsi alla violenza.

Per questo motivo è importante saper cogliere per tempo una serie di atteggiamenti, prima di trovarsi nella trappola da cui sarà difficile uscire. Ogni volta che ne tolleriamo uno, diamo la possibilità al maltrattante di conquistarsi un altro piccolo pezzetto della nostra vita e della nostra libertà.

Immagine in evidenza: wirestock su Freepik

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L’abuso nel post-separazione

L’abuso nel post-separazione

La violenza nelle relazioni di intimità è violenza di genere, che si esprime nelle varie forme di: violenza fisica, sessuale, verbale, emotiva, economica. Quando la relazione finisce, gli abusi non si interrompono, ma si adattano al nuovo contesto del post-separazione. La violenza solitamente tende ad aumentare in questa fase, divenendo in alcuni casi anche più terribile rispetto a quando si divideva lo stesso tetto. Il maltrattante tende a esercitare potere e controllo prendendo di mira i bambini e la genitorialità della ex compagna, la sua autonomia economica e la sua credibilità.

Le battaglie, che si incentrano sulla custodia dei bambini, sono alimentate dal desiderio del maltrattante di vincere, avere controllo, ferire o punire la donna che ha osato sfidarlo rivendicando la sua libertà.

Di seguito la “Ruota del potere e del controllo nel post-separazione”, che ho tradotto per Associazione Artemisia di Fabriano partendo dal lavoro di  OMB – One Mom’s Battle.

Gli abusi che coinvolgono i bambini e le bambine

La cosiddetta “contro-genitorialità” si manifesta minando di proposito il lavoro fatto dal genitore sano: interrompere le routine sane di sonno e alimentazione, contraddire le regole educative poste dall’altro genitore, ignorare le responsabilità scolastiche, impedire lo svolgimento dei compiti a casa, creando confusione nei bambini e un sovraccarico al genitore sano per ristabilire le linee di condotta adeguate. Il maltrattante potrebbe inoltre non condividere importanti informazioni sui bambini (ad esempio inerenti la salute o la scuola), usare i bambini per spiare o acquisire informazioni sull’ex partner, oppure forzare per avere i bambini con sé anche quando non sarebbe utile nel loro interesse.

La genitorialità del genitore maltrattante è spesso trascurante o addirittura abusiva. I bambini potrebbero essere esposti a contenuti inappropriati, in TV o nei videogiochi, oppure a persone tossiche. Per guadagnarsi benevolenza, il genitore abusante potrebbe usare metodi intimidatori o manipolativi, facendo leva sui loro bisogni, stati d’animo o paure. Spesso opera in modo manipolatorio per metterli contro l’altro genitore.

I bambini vengono pretesi in virtù del proprio diritto come genitore, ma per un uomo violento prendersi cura di loro è pesante, perché richiede autosacrificio, cosa di cui non è capace, quindi affibbia spesso i bambini a qualcun altro: i suoi genitori, una babysitter, chiunque purché non sia la madre.

Gli abusi sulle donne

Accanto alle strumentalizzazioni che colpiscono i figli, continua parallelamente l’operazione di distruzione dei legami e delle reti sociali. Attraverso la diffamazione o mettendo in giro menzogne e pettegolezzi che ne distruggono l’immagine e la reputazione, il maltrattante cerca sempre di isolare la donna dai familiari, dagli amici e dalla comunità. La dipinge come pazza, instabile, pretenziosa, disonesta.

Lo stesso intento malevolo può portare anche all’uso abusivo del sistema giudiziario, che comporta spesso una vera e propria devastazione sul piano finanziario a causa delle spese legali che la donna deve sostenere in un confronto spesso impari dal punto di vista delle possibilità economiche.

Il controllo economico, una sfaccettatura della violenza domestica che crea dipendenza, continua nel post-separazione attraverso l’erogazione irregolare o assente del dovuto mantenimento o l’impedimento ad avere e mantenere un lavoro. Ad esempio il genitore abusante potrebbe non restituire vestiti dei figli obbligando l’altra ad acquistarne continuamente di nuovi, distruggere i giocattoli fingendo che sia solo un piccolo incidente, rifiutare di contribuire a determinate spese necessarie per i figli, oppure pretendere un programma di visita che non tiene conto delle esigenze lavorative di lei.

Inoltre potrebbero continuare le aggressioni e le intimidazioni, sotto forma di atti persecutori: inviare un numero impressionante di messaggi attraverso i vari canali, di varia natura, dal manipolatorio al minatorio, creando preoccupazioni persistenti, irrequietezza e continuo stato d’allerta.

Il femminicidio è sovente l’esito di un fallimento di tutte queste strategie di potere e controllo sull’ex partner, tanto che a volte le donne temono di contrastarle su tutta la linea, in modo da “tenerlo buono”, dandogli piccole soddisfazioni che non minano completamente il suo senso di controllo.

Le conseguenze per le vittime

L’abuso nel post-separazione ha conseguenze a lungo termine sia per le donne che per i loro figli. Crea un persistente senso di minaccia, talvolta sottile e difficile da decodificare, soprattutto per i più piccoli.

I bambini e bambine assistono alle umiliazioni continue sulla propria madre, sono strumentalizzati, manipolati, confusi da messaggi contraddittori, spaventati per se stessi e per il genitore tutelante.

Le donne sentono, dopo tanti sforzi volti a liberarsi da una relazione tossica, di non essere affatto libere, e di essere esposte a un carico di stressors perfino superiore a quando stava insieme al partner maltrattante. Non ci si stupisce quindi che sono maggiormente vulnerabili al rischio depressivo oppure a ripensamenti che le riportano all’interno della relazione abusante.


Immagine in evidenza: da Freepik

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Il cerchio di Banpo 2023 a Fabriano

Il cerchio di Banpo 2023 a Fabriano

L’edizione 2023 de “Il cerchio di Banpo” si è svolta ancora una volta a Fabriano, nella sede del centro antiviolenza “Artemisia”. Ne hanno beneficiato 20 donne che hanno costituito un gruppo fantasticamente attivo e solidale.

Io ho portato indicazioni generali sulla comunicazione assertiva e tracce su:

  • come attestare stima a qualcuno;
  • dire no a una richiesta che giunge sgradita;
  • fare richieste;
  • fare una critica costruttiva;

Molti discorsi si sono concentrati sul riconoscere e rimuovere dentro di sé gli ostacoli all’affermazione personale (sensi di colpa, paure, sensazione di essere in difetto, difficoltà a riconoscere un proprio diritto).

Le donne del gruppo hanno portato invece le proprie emozioni, esempi di situazioni concrete per esercitarsi, e tanta tanta voglia di cambiamento.

Al di là del potere delle esercitazioni, per sperimentarsi capaci di relazionarsi diversamente, la forza del gruppo risiede proprio nella capacità delle partecipanti di darsi comprensione e supporto, in un clima del tutto privo di giudizio. Un modo validissimo per sentire autenticamente di andare bene, di essere meritevole di accettazione incondizionata, di avere bisogni e diritti inalienabili.

Comunicare rispettando l’altro ma soprattutto se stessi è la via privilegiata per coltivare una sana autostima. Per le donne, abituate a sentirsi trattare come persone “da meno” rispetto agli uomini, un luogo come questo è prezioso per scoprire il proprio valore personale.

L’edizione 2023 del laboratorio è stata soddisfacente, sia in termini di partecipazione che di gradimento delle partecipanti. Non mancherà un degno prosieguo nel 2024!



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Il cerchio di Banpo 2023

Il cerchio di Banpo 2023

In collaborazione con il centro antiviolenza di Fabriano “Artemisia”, parte la seconda edizione de “il cerchio di Banpo”. Si tratta di un laboratorio gratuito a disposizione delle donne del territorio. I cinque incontri ruotano intorno a tematiche significative dal punto di vista dell’autostima femminile. Il laboratorio, che ha riscosso grande successo e gradimento l’anno scorso, è quest’anno centrato su tematiche inerenti l’assertività e l’accrescimento della capacità di affermare se stesse e i propri diritti in modo costruttivo.

Il laboratorio è molto esperienziale, arricchito da esercitazioni e attività attraverso le quali consolidare abilità e consapevolezze importanti. Il contesto è quello di gruppo, in cui il confronto con le altre possa fungere da motore di crescita e cambiamento.

Gli incontri si terranno dalle ore 18 alle 20 nelle seguenti date:

9, 16 e 30 ottobre – 13 e 20 novembre 2023

Il gruppo è a numero chiuso. Ogni partecipante ha la possibilità di esprimersi, sperimentarsi e ricevere feedback nella misura in cui le è più utile. Vige una regola di totale libertà espressiva e di rispetto verso il vissuto di ciascuna, che per definizione viene considerato valido e quindi esente da qualunque tipo di giudizio.

I cinque incontri verteranno sulle seguenti tematiche:

  • Conoscere gli stili comunicativi, identificare il proprio;
  • Saper valutare i pro e i contro dei vari stili comunicativi;
  • Porsi obiettivi personali in termini di assertività;
  • Conoscere i propri diritti affermativi;
  • Saper dire “no” senza sentirsi in colpa;
  • Difendere un confine personale;
  • Difendersi da una molestia;
  • Saper fare una critica efficace;
  • Saper rispondere a una critica.

Ogni incontro sarà composto da una piccola introduzione sul tema, seguito da attività, esercitazioni, riflessioni e discussione libera tra le partecipanti. Principi centrali del laboratorio sono la libertà di esporsi nella misura in cui lo si desidera e il non giudizio, al fine di garantire un contesto quanto più sereno e sicuro a tutte le partecipanti.

Qui qualche informazione in più sul laboratorio e su altri servizi dello studio rivolti alle donne.

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Il senso di sé dopo la violenza di genere

Il senso di sé dopo la violenza di genere

Subire reiteratamente violenza di genere ha un indubbio impatto sul senso di sé.

La continua critica, le punizioni irragionevoli per comportamenti innocui, le manipolazioni della realtà che colpevolizzano in modo sistematico, il controllo stringente esercitato su ogni aspetto della propria vita hanno conseguenze durature su come la persona pensa, vede e parla di se stessa.

Centrale è il sentimento della vergogna, non solo rispetto a quanto accade all’interno della relazione maltrattante, ma anche e soprattutto rispetto a quello che si sente di essere.

Le parole più comuni che ho sentito pronunciare alle donne vittime di maltrattamenti sistematici quando si riferiscono a se stesse sono:

  • cattiva
  • sbagliata
  • indegna
  • non amabile

e una serie di sinonimi, tutti col significato di “non vado bene”. Mentre ci si sente in colpa per qualcosa di sbagliato che si sente di aver fatto, la vergogna è un sentimento che riguarda il “come sento di essere come persona”. All’estremo, la vergogna può diventare disprezzo di sé.

Oltre a essere maggiormente esposte a esperienze di ansia e depressione, anche una volta concluso il rapporto abusante, chi fa questo tipo di esperienza tende a ritirarsi, a evitare esperienze, a nascondersi, a diventare quasi invisibili. C’è una mancanza di motivazione ad attivarsi positivamente nel fare, dal momento che il pensiero sottostante diventa: “non mi merito di essere felice o di stare bene”.

Senza dubbio questo vissuto è tra le conseguenze traumatiche più gravi e durature connesse con la violenza di genere.

La ricerca ci dice che l’esperienza della vergogna è connessa col funzionamento del nostro cervello rettiliano, il che la rende viscerale, profonda, ma soprattutto inaccessibile sul piano cognitivo. Detto in parole povere: non basta dire a se stesse che “sono una brava persona”, “sono una persona di valore”, ecc. È necessario fare esperienze profonde di auto-compassione, che permettono di SENTIRE nel corpo emozioni di accoglienza, calore, rispetto.

C’è un repertorio di tecniche e strumenti, all’interno della terapia cognitivo-comportamentale, che mirano proprio a questo scopo e che rendono piano piano possibile un rapporto con se stesse più autentico, compassionevole e meno giudicante.

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Le parti di me

Le parti di me

Un’esperienza comune che facciamo come esseri umani è la sensazione di non essere un tutt’uno omogeneo e statico, quanto piuttosto un insieme eterogeneo di parti diverse tra loro.

Un vero casino!

Potremmo chiamarle “parti di noi” oppure “sfaccettature della nostra personalità”. Si tratta di aspetti del nostro modo di essere che ci permettono di essere adattabili, flessibili, capaci di rispondere in vari modi ai nostri bisogni in un ambiente mutevole.

Talvolta queste parti di noi ci appaiono in armonia tra di loro. Talvolta ci possono sembrare in conflitto o addirittura in contraddizione. Potremmo sperimentare una sensazione spiacevole di frammentazione o di confusione. Quante volte ci siamo detti: “Sono un vero casino!” Potremmo anche essere spaventati da lati di noi che emergono apparentemente senza motivo e nei quali in un secondo momento non ci riconosciamo.

La ricchezza di sfumature della nostra personalità di solito non è casuale. È anzi la struttura che ci siamo dati nello sforzo di adattamento all’ambiente in cui siamo cresciuti. Se di primo acchito ci appare incomprensibile, ognuna delle parti di noi c’è perché ci è servita, ci ha difeso, ci ha supportato, ci ha permesso di sopravvivere. Ha risposto a dei bisogni fondamentali, anche se potrebbe poi avere dei risvolti disfunzionali.

La personalità: un quadro dotato di senso

La clinica di stampo cognitivo-comportamentale dispone degli strumenti per rilevare le parti di noi, comprenderne il senso e il funzionamento, farne una sorta di mappa, un quadro dotato di senso, che ci permette di meglio conoscere quello che ci accade dentro nelle varie situazioni.

Superando il senso di vergogna e di colpa verso gli aspetti di noi meno sani, la terapia cognitivo-comportamentale consente di entrare nel meccanismo della nostra personalità senza giudizio e di potenziare la parte di noi più sana e funzionale.

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Il cerchio di Banpo a Fabriano

Il cerchio di Banpo a Fabriano

Dal 17 ottobre al 21 novembre 2022 si è tenuto nella sede del centro antiviolenza “Artemisia” di Fabriano il laboratorio sull’autostima femminile “Il cerchio di Banpo“, ideato e gestito dalla psicoterapeuta Elena Grilli. Fedele all’idea con cui è nata l’idea di questo laboratorio, l’esperienza ha rappresentato un vero e proprio viaggio nel mondo femminile.

Descrizione dell’esperienza

Il laboratorio è consistito in cinque incontri per esplorare l’autostima e i fattori che l’alimentano (o viceversa l’ostacolano). Ci sono state esercitazioni pratiche per entrare in contatto con se stesse e rafforzare specifici aspetti dell’autostima, difendere i propri confini e diritti, esprimersi liberamente rimanendo fedeli a se stesse, dare e darsi valore.

La partecipazione è stata molto attiva, da parte di donne di Fabriano e dintorni di tutte le età. Si sono vivacemente messe in gioco portando esperienze, ricordi, emozioni toccanti, che hanno arricchito la generale conoscenza e consapevolezza del gruppo.

Le partecipanti hanno fatto emergere interessanti riflessioni a partire dalla propria vita. Una regola del gruppo infatti è che ogni vissuto è valido e merita attenzione, ascolto e rispetto. Il non giudizio è fondamentale e consente di esprimersi al proprio massimo e al proprio meglio, in un contesto accogliente in modo incondizionato.

Il laboratorio

Si tratta di un tipo di esperienza che porta la riflessione sulle determinanti personali, familiari e socio-culturali dell’appartenenza di genere che influenzano l’autostima personale. Da questa base si lavora attraverso il confronto di vissuti che permette di non sentirsi “sola” o “diversa”. Infine, si dà spazio a piccole esperienze di auto-rafforzamento.

IL CERCHIO DI BANPO è una iniziativa pensata per essere itinerante e può essere riproposta in altre sedi, su richiesta di associazioni o enti che hanno a cuore le tematiche di genere, con particolare riferimento all’impatto sul benessere femminile.

PER MAGGIORI INFO


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Laboratorio di autostima

Laboratorio di autostima

Una iniziativa gratuita, a beneficio delle donne di Fabriano, in collaborazione con il centro antiviolenza di Fabriano “Artemisia”.

Lunedì 17, 24 ottobre, 7, 14, 21 novembre 2022 – dalle ore 18-20

Gli incontri ruotano intorno a tematiche significative dal punto di vista dell’autostima femminile. Spesso le donne che ho intercettato nella pratica clinica o nelle collaborazioni con le varie realtà di contrasto della violenza di genere si pongono domande riferite appunto a questo aspetto. Quante volte ho udito affermazioni tipo:

  • “Io non mi amo abbastanza… me lo dico sempre che devo volermi più bene”;
  • “Mi sento così fragile, dovrei essere più forte”;
  • “Sono la peggiore nemica di me stessa, non credo abbastanza nelle mie capacità e ci sono dei lati di me che detesto!”

Di qui il desiderio di affrontare questioni inerenti il valore personale e il rapporto che ognuna di noi costruisce con se stessa. Il contesto è quello di gruppo, in cui il confronto con le altre possa fungere da motore di crescita e cambiamento.

Il laboratorio è molto esperienziale, arricchito da esercitazioni e attività attraverso le quali consolidare abilità e consapevolezze importanti.

Il gruppo è a numero chiuso. Ogni partecipante ha la possibilità di esprimersi, sperimentarsi e ricevere feedback nella misura in cui le è più utile. Vige una regola di totale libertà espressiva e di rispetto verso il vissuto di ciascuna, che per definizione viene considerato valido e quindi esente da qualunque tipo di giudizio.

I cinque incontri verteranno sulle seguenti tematiche:

  • Definire l’autostima e conoscerne le determinanti individuali, familiari e socio-culturali;
  • Valorizzare se stesse e i propri punti di forza, coltivare la fiducia nel proprio potenziale;
  • Riconoscere i rapporti tossici o dannosi per la propria autostima e difendersene;
  • Conoscere e affermare i propri diritti;
  • Sviluppare la capacità di difendere un confine personale;
  • Costruire rapporti sani, alla pari e basati sul rispetto.

Ogni incontro sarà composto da una piccola introduzione sul tema, seguito da attività, esercitazioni, riflessioni e discussione libera tra le partecipanti. Principi centrali del laboratorio sono la libertà di esporsi nella misura in cui lo si desidera e il non giudizio, al fine di garantire un contesto quanto più sereno e sicuro a tutte le partecipanti.

Qui qualche informazione in più sul laboratorio e su altri servizi dello studio rivolti alle donne.

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