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Laboratorio di autostima

Laboratorio di autostima –

Una iniziativa gratuita, a beneficio delle donne di Fabriano, in collaborazione con il centro antiviolenza di Fabriano “Artemisia”.

Lunedì 17, 24 ottobre, 7, 14, 21 novembre 2022 – dalle ore 18-20

Gli incontri ruotano intorno a tematiche significative dal punto di vista dell’autostima femminile. Spesso le donne che ho intercettato nella pratica clinica o nelle collaborazioni con le varie realtà di contrasto della violenza di genere si pongono domande riferite appunto a questo aspetto. Quante volte ho udito affermazioni tipo:

  • “Io non mi amo abbastanza… me lo dico sempre che devo volermi più bene”;
  • “Mi sento così fragile, dovrei essere più forte”;
  • “Sono la peggiore nemica di me stessa, non credo abbastanza nelle mie capacità e ci sono dei lati di me che detesto!”

Di qui il desiderio di affrontare questioni inerenti il valore personale e il rapporto che ognuna di noi costruisce con se stessa. Il contesto è quello di gruppo, in cui il confronto con le altre possa fungere da motore di crescita e cambiamento.

Il laboratorio è molto esperienziale, arricchito da esercitazioni e attività attraverso le quali consolidare abilità e consapevolezze importanti.

Il gruppo è a numero chiuso. Ogni partecipante ha la possibilità di esprimersi, sperimentarsi e ricevere feedback nella misura in cui le è più utile. Vige una regola di totale libertà espressiva e di rispetto verso il vissuto di ciascuna, che per definizione viene considerato valido e quindi esente da qualunque tipo di giudizio.

I cinque incontri verteranno sulle seguenti tematiche:

  • Definire l’autostima e conoscerne le determinanti individuali, familiari e socio-culturali;
  • Valorizzare se stesse e i propri punti di forza, coltivare la fiducia nel proprio potenziale;
  • Riconoscere i rapporti tossici o dannosi per la propria autostima e difendersene;
  • Conoscere e affermare i propri diritti;
  • Sviluppare la capacità di difendere un confine personale;
  • Costruire rapporti sani, alla pari e basati sul rispetto.

Ogni incontro sarà composto da una piccola introduzione sul tema, seguito da attività, esercitazioni, riflessioni e discussione libera tra le partecipanti. Principi centrali del laboratorio sono la libertà di esporsi nella misura in cui lo si desidera e il non giudizio, al fine di garantire un contesto quanto più sereno e sicuro a tutte le partecipanti.

Qui qualche informazione in più sul laboratorio e su altri servizi dello studio rivolti alle donne.

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Piangere senza alcuna (apparente) ragione

Piangere senza alcuna (apparente) ragione –

Il pianto è una reazione non solo comprensibile la maggior parte delle volte, ma anche salutare. Ci calma, riduce il dolore, comunica agli altri il nostro bisogno di aiuto. Ma può capitare di scoppiare a piangere senza alcuna apparente ragione. Perché?

Si piange quando siamo attraversati da una emozione forte o quando proviamo dolore fisico. Non è un segnale di debolezza come si ritiene a volte. A volte però può accadere senza che possiamo pienamente comprenderne le cause in quel momento. Magari non siamo affatto tristi o sconvolti per un motivo preciso. In questi casi è più facile che lo interpretiamo come qualcosa che non va in noi o una fragilità personale.

Depressione

Se si sta attraversando una fase di depressione il pianto senza apparente ragione può essere un sintomo. I sentimenti che tipicamente accompagnano l’umore depresso sono: solitudine, senso di colpa, sensazione di essere indegno come persona, disperazione e perdita di speranza, senso di vuoto interiore.

Ansia

Anche se non siamo spaventati o sconvolti da un fatto preciso, vi possono essere sensazioni di preoccupazione continua accompagnate da sensazioni fisiche spiacevoli di ansia. Queste ultime possono sfociare in un pianto che sembra arrivare in modo imprevedibile.

Difficoltà nella regolazione emotiva

Per motivi diversi, tra cui elevati livelli di stress, possiamo trovarci sopraffatti, senza essere consapevoli della tensione che il nostro corpo sta sperimentando in modo continuativo da tempo. Il pianto può essere uno dei modi attraverso cui queste tensioni vengono, almeno parzialmente, sciolte. È quindi di un meccanismo di regolazione emotiva.

Si piange sempre per un motivo, quindi, anche quando di quel motivo non siamo completamente consapevoli.

Non necessariamente significa che abbiamo un problema serio. Di sicuro il fenomeno ha a che fare con meccanismi di autoregolazione che ci aiutano.

Si può pensare di chiedere un aiuto professionale nei casi in cui sia frequente e duraturo oppure se impatta in modo eccessivo sulla vita quotidiana e sulle relazioni.

La terapia cognitivo-comportamentale

La terapia cognitivo-comportamentale può aiutare a:

  • identificare pensieri ed emozioni sottostanti,
  • discriminare livelli di tensione o stress che possono esserci a monte,
  • applicare una serie di strumenti e prassi di regolazione emotiva.

Nei casi di depressione o disturbi d’ansia la terapia va a rafforzare le abilità che sono efficaci per contrastare queste problematiche.

In ogni caso, il percorso può supportare la persona con tecniche specifiche capaci di permettere fronteggiare le emozioni più intense e spiacevoli.

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Buoni propositi per l’anno nuovo?

Buoni propositi per l’anno nuovo? –

Hai già una lista di buoni propositi per il nuovo anno? Sostieni te stesso nel loro raggiungimento!

Per tutti noi è vitale non smettere mai di crescere, migliorare, apprendere, espanderci al nostro meglio.

Non è sempre facile. A volte le nostre routine e abitudini ci ostacolano nel costruirci la vita che vogliamo. Ma se conosciamo come funziona la nostra mente, è un po’ più semplice. Ad esempio costruendo nuove routine o ponendosi nuovi obiettivi e auto-motivandosi nel perseguirli.

Dividi grandi cambiamenti in piccoli passi

Se vuoi salire al piano superiore, guardare l’ultimo gradino in alto e immaginare di arrivarci con un unico grande passo è sufficiente a scoraggiarsi e demordere. “In fondo si sta bene a piano terra”, si finisce per autoconvincersi.

Il primo gradino invece è perfettamente affrontabile, così come il secondo e così via. Abbassa lo sguardo e concentrati sul prossimo passo.

Assicurati delle ricompense

La nostra mente funziona per premi e punizioni. Possiamo auto-motivarci in un compito difficile o noioso assicurandoci di associarlo a degli stimoli gratificanti. Premiamoci per ognuno dei passi fatti, sarà tutto molto più leggero… e la nostra autostima ci ringrazierà.

Senti che questo proprio non basta ad arrivare dove vuoi? Ci sono ostacoli che fatichi a superare da solo? Sei in un circolo vizioso che ti fa apparire impossibile il cambiamento desiderato?

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Un progetto di AMT Teatro

Un progetto di AMT Teatro – 

L’associazione AMT Teatro ha una doppia anima. Lo spettacolo, ma anche l’impegno civile e la sensibilizzazione su varie tematiche sociali, come la violenza. Trovo potente coniugare attività di formazione e di psicoeducazione al teatro, indubbiamente più capace di toccare e sollecitare l’emotività. Permette di vivere da dentro il tormento, la sofferenza, il conflitto conseguenza delle infinite umiliazioni, vessazioni e minacce a cui è sottoposta una donna che subisce violenza in una relazione di intimità.

Il sapere, sommato al sentire profondamente, diventa solida consapevolezza.

L’evento di debutto dell’associazione AMT Teatro è stato il 12 settembre 2021 a Monte San Vito, con la rappresentazione del dramma “La sala d’attesa” di Stefania De Ruvo. Subito dopo, un momento di riflessione sulle radici socio-culturali della violenza di genere, sulle forme e le dinamiche della violenza e le sue conseguenze anche psicologiche per le donne. Accanto a me, nell’attività di formazione, Antonella Pampolini, educatrice ed esperta di violenza di genere.
Il progetto intende supportare varie realtà territoriali che operano nel contrasto della violenza, sia contribuendo alle loro iniziative di sensibilizzazione, sia raccogliendo fondi in loro favore.

Nella rappresentazione del 12 settembre, ad esempio, pur essendo un evento gratuito, sono stati raccolti fondi per il centro antiviolenza di Fabriano “Artemisia”.

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Approfondisci gli aspetti psicologici dei personaggi de La sala d’attesa

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Io e la mia amica ansia

Io e la mia amica ansia –

Laboratorio di base di autoregolazione dell’ansia

Teatro Dorico, Ancona, dal 7 ottobre 2021

Laboratorio di gruppo condotto insieme all’amica Antonella Pampolini, consulente socio-pedagogica, per AMT Teatro, un’associazione che si pone finalità di formazione, sensibilizzazione ed educazione che vanno ben al di là delle sole attività teatrali.

In cinque incontri, vengono approfonditi i meccanismi dell’ansia e di quel sistema della minaccia che si attiva quando percepiamo un pericolo. Come funziona? Come rispondono il nostro cervello e il nostro corpo? Perché siamo arrivati a reagire così? Cosa è nel nostro controllo e cosa no? Ma soprattutto: quali sono gli schemi di pensiero e di comportamento di cui possiamo diventare consapevoli, che hanno un ruolo in tutto questo?

Accanto a momenti di psicoeducazione, sono contemplati momenti di esercitazioni pratiche, per acquisire una crescente capacità di auto-regolazione, di rispettosa auto-esplorazione e di dialogo interiore più pacato.

Gli incontri sono gratuiti per i soci e le socie di AMT Teatro.

ATTENZIONE: Questo percorso non sostituisce una psicoterapia per le persone con un grave disturbo d’ansia. Il laboratorio offre spunti e permette di toccare con mano modalità più funzionali di rapportarsi con se stessi e i propri vissuti emotivi, che favoriscono il benessere, ma senza avere la pretesa di guarire completamente da sintomi consolidati nel tempo che richiederebbero un percorso di terapia personalizzato.

Programma

7/10/2021 Presentazione del programma, Introduzione generale sull’ansia
14/10/2021 I nostri sistemi emotivi, I sintomi fisiologici dell’ansia
21/10/2021 I sintomi cognitivi dell’ansia 1: gli stili di pensiero “inutili”
28/10/2021 I sintomi cognitivi dell’ansia 2: gli schemi consolidati nel tempo
4/11/2021 I sintomi comportamentali: quello che facciamo che alimenta l’ansia

I pareri delle partecipanti che hanno voluto lasciarci un feedback:

« Questo laboratorio è stato molto utile e interessante, ho potuto comprendere molte cose che riguardano me e la mia ansia.

« Grazie a voi!! Il laboratorio è stato veramente interessante ed utile. E’ mia intenzione partecipare ad un’altra edizione per acquisire maggiore conoscenza dei meccanismi dell’ansia e soprattutto del mio sistema emotivo. Permettere che questi apprendimenti si sedimentino sempre di più per migliorare la convivenza con la mia amica ansia.

« Le spiegazioni sui nostri tre sistemi sono state molto esaurienti e utilissime ma mi piacerebbe vederli in scena magari con delle mimiche e delle scenette di vita reale. Tantissimi complimenti a voi organizzatrici così brave e alla mano sempre molto partecipi anche emotivamente.

« Iniziativa interessante e utile.

« Posso dire solo che mi sono trovata a mio agio.

« Confermo tutta la mia sorpresa e il gradimento per il corso svolto.

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Compassion focused therapy

La Compassion focused therapy – 

È un approccio integrato che si basa sulla psicologia evoluzionistica, sociale, dello sviluppo e sulle neuroscienze.

Il focus è sulla capacità di sviluppare una mente compassionevole per aiutare le persone a fare l’esperienza di calore, sicurezza e calma interiori. Si tratta di una serie di tecniche che integrano l’approccio cognitivo-comportamentale e che permettono di superare più velocemente il vissuto di vergogna e di colpa, comuni a molte forme di psicopatologia e di sofferenza umana.

Le esperienze di colpa e di vergogna

La ricerca scientifica suggerisce che uno specifico sistema di autoregolazione emotiva sottostà ai sentimenti di auto-rassicurazione, sicurezza e benessere psicologico. Tale sistema si è evoluto con i meccanismi di attaccamento e la capacità della figura accudente di cogliere e rispondere ai fondamentali bisogni del bambino, trasmettendo la sensazione rassicurante di essere protetti, nutriti, accolti con tenerezza. Questa esperienza così fondamentale potrebbe essere stata carente nella storia di vita ed essere così all’origine di uno sbilanciamento emotivo.

Le persone con elevati livelli di vergogna e di autocritica hanno enormi difficoltà ad essere gentili e compassionevoli con se stessi. Non sempre, ma a volte c’è a monte una storia di abusi, trascuratezze gravi o profonde deprivazioni sul piano affettivo. Chi ha avuto esperienze precoci di questo tipo è molto sensibile alla minaccia del rifiuto o della critica e rapidamente diventa autocritico oppure ostile verso il mondo esterno.

La terapia focalizzata sulla compassione

La Compassion Focused Therapy fa parte delle terapie cognitivo-comportamentali di terza generazione, sviluppata da Paul Gilbert. Secondo Gilbert sono tre i sistemi emotivi fondamentali: il sistema della minaccia, il sistema della ricerca di stimoli e il sistema calmante.

Una serie di tecniche e pratiche di CFT permettono di allenare e sviluppare il sistema motivazionale innato dal potere calmante e disattivante (soothing system) rispetto al sistema della minaccia che sottostà ai vissuti di paura, ansia, rabbia. L’obiettivo della terapia non è annullare il sistema della minaccia così utile per proteggerci quando è necessario, bensì riequilibrare i tre sistemi di regolazione delle emozioni.

Una serie di pratiche guidano il paziente verso una auto-osservazione rispettosa, tenera e gentile, arrivando anche a rientrare in contatto con traumi ed esperienze interiori molto negative. La pratica di CFT aiuta anche nel silenziare il rimuginio autodistruttivo, nel prendere le distanze dai circoli viziosi del pensiero autocolpevolizzanti che perpetuano la sofferenza, nell’interrompere quello che viene definito il “ciclo dell’ansia”.

La dott.ssa Grilli ha ottenuto la certificazione europea per la CFT. Vedi il sito di Compassionate Mind Italia

Contatta la dott.ssa Elena Grilli per esplorare pratiche che si sono già dimostrate particolarmente efficaci per i disturbi dell’umore, il disturbo post-traumatico da stress, le psicosi, il dolore cronico.

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Paura di nausea e vomito

Paura di nausea e vomito – 

L’esperienza della nausea non è certo piacevole, tuttavia a volte la paura che la circonda può diventare una vera e propria fobia.

In altre parole, si può andare in ansia anche solo pensando di potersi sentire male in determinate circostanze, che quindi saranno evitate.

Spesso si evitano certi cibi associati con l’esperienza della nausea, oppure non si riesce a mangiare fuori casa. Talvolta si saltano i pasti, immaginando di sentirsi male subito dopo aver mangiato. Le conseguenze più invalidanti hanno a che fare con il non riuscire a fare viaggi, partecipare a feste e cene fuori, servirsi di autobus o altri mezzi di trasporto associati con la nausea. A volte non si esce proprio di casa.

Il pensiero d’ansia può essere quello di sentirsi improvvisamente male, non riuscire a inibire il riflesso del vomito oppure fare una figuraccia in un contesto sociale. In effetti talvolta queste paure fanno parte di un più ampio disturbo d’ansia sociale.

Le persone che soffrono di questo disturbo d’ansia (emetofobia) riconoscono come irrazionali i loro timori. Tuttavia sono in un circolo vizioso nel quale:

  • L’anticipazione della situazione di disagio incrementa l’ansia.
  • L’ansia può effettivamente portare nausea. (L’ansia mette sotto stress tutti i sistemi: cardiovascolare, muscoloscheletrico, nervoso, respiratorio, e anche digerente).
  • La sensazione che proviene dallo stomaco dà alla persona la conferma che quello che teme si sta verificando, in un crescendo di malessere.

Come tutti i circoli viziosi, anche questo si può spezzare.

La terapia

Vi sono tecniche molto efficaci per fronteggiare e superare queste sensazioni e paure. In particolare, la terapia cognitivo-comportamentale può aiutare a:

  • Identificare e sfidare i pensieri negativi che causano stress;
  • Fronteggiare le situazioni temute attraverso tecniche di desensibilizzazione.

Anche quando non vi sono cause mediche che giustificano la nausea e il vomito, chi soffre di questo disturbo tende a fare uso di farmaci per gestirli. La terapia cognitivo-comportamentale invece fornisce alla persona gli strumenti personali per ridurli gradualmente fino alla loro estinzione.

Un percorso di psicoterapia cognitivo-comportamentale può facilitare questo passaggio e ridare senso di efficacia, fiducia e potere di cambiamento, interrompendo circoli viziosi improduttivi.

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Non ce la faccio… rimando!

Non ce la faccio… rimando! – 

Una delle difficoltà che più ci impedisce di raggiungere i nostri obiettivi è la procrastinazione, la sistematica e fatale decisione di rimandare un’attività.

La maggior parte delle volte – ammettiamolo – noi non siamo del tutto persi e senza punti di riferimento. Sapremmo esattamente cosa fare e come. Tuttavia diciamo a noi stessi:

  • “Non ora”
  • “Adesso non ce la faccio”
  • “Ho ancora tanto tempo per…”
  • “Non sono pronto/a”

Naturalmente non è patologica ogni scelta di rimandare qualcosa. Tutti lo facciamo. Ma se la procrastinazione è cronica, mina importanti obiettivi di crescita personale o progetti. E diventa un problema.

Dopo la scelta di rimandare, il nostro cervello continua a lavorare e a valutare la nostra stessa scelta. Iniziamo a dire a noi stessi:

  • “Pigro!”
  • “Sei inutile”
  • “Sei un menefreghista”
  • “Non combinerai mai nulla”
  • “Sei un incapace”
  • “Sei un fallito”

Quando dobbiamo insultare noi stessi di solito non andiamo troppo per il sottile. L’idea (del tutto infondata) è che tanto più ci andremo pesante, tanto più ci riscuoteremo dall’immobilismo. Purtroppo non è così che troveremo la motivazione. Anzi, è questo il modo migliore per avere un umore ancora più basso e un drammatico calo di energie e voglia di fare.

Il circolo vizioso

Siamo di fatto in un  circolo vizioso. Se un’attività è sgradevole, noiosa o difficile, tanto più la rimandiamo, tanto più diventerà difficile pensare di applicarsi. Si tratta probabilmente del meccanismo che più di ogni altro è responsabile dei nostri fallimenti. E ci predispone alla depressione che ci attanaglia in particolari momenti della nostra vita.

Il procrastinatore seriale di solito si trova a dover fronteggiare alti livelli di stress che possono far sentire paralizzati, bloccati. Tanto più applica la sua strategia di evitamento, tanto più si sentirà alleggerito nell’immediato. Il carico di stress aumenterà però a medio e lungo termine. Il carico di lavoro si accumula, la scadenza si avvicina, la paura della disfatta cresce, i pensieri di incapacità personale si fanno più insistenti.

Dietro la tendenza a procrastinare ci può essere la paura di fallire, ed è paradossale come proprio così aumentiamo la probabilità di fallire. E’ come una ferita autoinflitta, un negare a se stessi la gratificazione di un obiettivo raggiunto, un togliere senso alla nostra esistenza.

Come uscirne?

Motore del benessere è rappresentato invece dall’emozione positiva che scaturisce dal riuscire in qualcosa che ci siamo riproposti, il poter dire a se stessi “Ce l’ho fatta”. Questo ci predispone al meglio per il successivo obiettivo da raggiungere. Ogni successo è come un premio per il nostro cervello, e quindi mette in circolo energia positiva.

Per uscire dal circolo vizioso a volte non è sufficiente semplicemente fare quello che si deve fare. Se fosse facile non esisterebbe il problema. Vi sono però metodi collaudati di autoregolazione emotiva che possono facilitare quel movimento in avanti iniziale che innesca il circuito virtuoso di azione e gratificazione.

Come regolare quella tensione emotiva responsabile dell’evitamento? Vi sono delle tecniche, che in un percorso di psicoterapia cognitivo-comportamentale possono essere padroneggiate, per ridiventare padroni del proprio destino.

Contatta la dott.ssa Elena Grilli per iniziare ad agire in questa direzione… senza rimandare!

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Complotto!

Complotto! – 

Le teorie del complotto sono sempre esistite, ma in tempi di crisi tendono a propagarsi con maggiore forza, a volte facendo danni enormi.

Non hanno mai smesso di circolare e con i social hanno avuto un’impennata in termini di diffusione, tutte quelle teorie basate sull’idea di un potente o un gruppo di potenti che stanno mettendo in atto un piano per controllare o sterminare la popolazione. In alcuni casi sono innocue, nel senso che crederci non porta grossi danni, come fantasticare sui piani segreti dietro l’assassinio di Kennedy o il falso allunaggio. Le teorie della cospirazione che si stanno diffondendo in questo periodo di pandemia, invece, portano a comportamenti imprudenti e irrispettosi delle regole di limitazione del contagio, e questo fa salire il numero di malati e morti in una misura che non è nemmeno possibile stimare.

Caratteristiche comuni di queste teorie sono:

  1. una narrazione semplice e lineare, con qualcuno da cui difendersi;

  2. la diffidenza verso le fonti ufficiali.

La pandemia Covid-19 è terreno particolarmente fertile per la diffusione di questo pensiero, perché la pandemia, con tutte le conseguenze che abbiamo toccato con mano negli ultimi mesi, genera paura e un generale senso di impotenza con cui non è sempre facile fare i conti. Noi esseri umani abbiamo un fondamentale bisogno di controllo sulla nostra vita e la pandemia ce lo ha tolto. La sensazione di aver perso delle libertà fondamentali è reale. Anche la confusione e la mancanza di informazioni coerenti e complete è reale. Questo ci dà la sensazione che ci manchi la terra sotto i piedi, che non abbiamo più la vita come la conoscevamo, che davanti a noi abbiamo una totale e oscura incertezza. La paura che ne scaturisce deve essere gestita.

Il complottista in un certo qual modo gestisce la propria ansia, attraverso un metodo di fronteggiamento dell’ignoto che funziona per ripristinare un senso di controllo e di fiducia. Pensare che la nostra vita e quella dei nostri cari sia a rischio a causa di un piccolo evento insignificante che ha coinvolto un pipistrello in Cina, destabilizza e terrorizza. Pensare invece che c’è un preciso schema portato avanti dai poteri forti, rasserena, perché permette di pensare che c’è una soluzione semplice: basta sabotare il piano malefico anche attraverso una serie di post nei social che aprano gli occhi agli ingenui, e tutto tornerà sotto il nostro controllo. Contro le forze della natura non possiamo nulla, ma contro Soros e Bill Gates possiamo molto! Ecco che le teorie del complotto diventano improvvisamente più attraenti della verità.

Peccato che questa modalità sia del tutto disfunzionale e dannosa per sé e per l’intera collettività. Il mettere in circolazione l’idea che i vaccini causino l’autismo o che siano utilizzati per impiantare microchip è un vero e proprio attacco alla salute pubblica. Non solo: genera ancora più confusione e incertezza di quella da cui si cercava di fuggire. Chi alimenta questo paradossale circolo vizioso ha, di base, una bassa autostima e un basso senso di auto-efficacia. L’emozione di paura e impotenza che sperimenta è comprensibile. Il modo di gestirle no.

Mai come in una emergenza come quella attuale è necessario rinunciare alle spiegazioni troppo semplici provenienti da fonti incerte e attenersi ai fatti, anche se ci mettono nel panico. Affidarsi alla scienza e alle autorità sanitarie è l’unico modo per normalizzare la nostra vita e tornare a sperimentare il senso di controllo perduto. Inoltre, sul piano psicologico, tutto quello che stiamo passando è un’importante opportunità per osservare e sfidare le nostre paure, aumentare la nostra capacità di fronteggiamento e la nostra resilienza. Come ogni crisi, ci apre alla possibilità di una crescita.

Sperimentare momenti di sconforto e ansia è del tutto normale in queste circostanze. Possono essere esplorati modi più funzionali di farvi fronte, senza doversi auto-ingannare sulla realtà che ci circonda.

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Il lutto. La vita dopo una perdita

Il lutto. La vita dopo una perdita – 

Quello della perdita è un tema che prima o poi dobbiamo porci. Andare avanti con la propria vita implica attraversare una serie di stati d’animo del tutto fisiologici.

La letteratura psicologica mette in luce una serie di fasi dell’elaborazione del lutto (Elisabeth Kübler Ross). Vi è una soggettività per cui ognuno di noi potrebbe sperimentare alcune fasi e non altre, oppure viverle con un diverso ordine. Potrebbe aiutarci molto, tuttavia, capire come in un dato momento potremmo sentirci e perché.

1. NEGAZIONE: “Non è possibile che sia accaduto”

È una reazione normale ed è spesso la prima. La negazione è un meccanismo di difesa che smorza l’emozione prorompente immediata, permettendoci di gestire la prima ondata di dolore che non siamo ancora pronti ad affrontare. La negazione non ha a che fare con una carenza di comprensione, al contrario significa che ci sentiamo paralizzati di fronte a una realtà inammissibile che travalica la nostra capacità di far fronte.

Avendo una funzione protettiva, la negazione va accettata come funzionale, soprattutto se la perdita è recente. Possiamo essere onesti verso i nostri sentimenti, piangere liberamente, anche di fronte ad altri. La distrazione (ad es. impegnarsi in molte attività) può alleviare l’intensità del dolore temporaneamente, ma non aiuta a procedere nell’elaborazione emotiva della perdita. Naturalmente non c’è la cosa giusta o sbagliata: ci confronteremo con tutto ciò che ci ricorda la persona a piccoli passi e quando ci sentiremo pronti.

2. RABBIA: “Non è giusto che sia accaduto!”

Un’altra reazione molto normale è la ricerca dei responsabili della perdita, su cui scagliare la propria rabbia. Potremmo prendercela con i colpevoli (più o meno realmente responsabili della morte), verso il mondo ingiusto, verso noi stessi per non aver impedito l’evento o per non esserci stati negli ultimi momenti della sua vita, verso i soccorritori che non hanno fatto abbastanza. Potremmo rivolgere la nostra rabbia anche alla persona deceduta, per averci abbandonato. Le nostre accuse potrebbero talvolta essere razionalmente poco logiche, tuttavia anche questa è una fase necessaria, perché stiamo iniziando a riconoscere la realtà e non siamo ancora pronti a farci attraversare dal dolore.

Anche la rabbia ci protegge e quindi è bene viverla fino in fondo senza vergognarcene, esprimendola o urlandola. Possiamo farlo mentre siamo da soli, oppure con una persona capace di comprendere questo sentimento e di ascoltarci senza giudizi.

3. NEGOZIAZIONE: “E se invece le cose fossero andate diversamente?”

A mano a mano che sempre di più si prende atto della definitività della perdita, il dolore avanza e per alleviarlo potrebbero essere d’aiuto delle temporanee vie di fuga, per costruirci un’idea di speranza e darci il tempo di riadattarci alla realtà della situazione. Alla ricerca di risposte, potremmo impegnarci in un rimuginio volto ad analizzare, capire, spiegare l’accaduto. Ci chiediamo cosa sarebbe accaduto se qualcosa fosse andato un po’ diversamente o cosa potrebbe accadere in futuro. Esplorare le possibilità ci fa avvertire di meno il senso di impotenza.

Anche se ci dà un temporaneo sollievo, potremmo finire per impiegare molto tempo a rimuginare su pensieri di tipo “E se…” Le speranze che ci costruiamo in questa fase saranno con ogni probabilità deluse. Per questo è importante riuscire a parlarne a familiari e amici per avere supporto.

4. DEPRESSIONE: “Mi concedo di stare male”

La depressione è una fisiologica reazione al lutto e in questi casi non parleremmo di disturbo mentale. Ci si sente tristi, demotivati, spossati, privi di energie o senza emozioni. Potrebbe comparire un disturbo del sonno o un calo dell’appetito. Per superare la perdita è necessario esplorarla in tutta la sua profondità. Non spaventiamoci di questa sofferenza. È temporanea, anche se potremmo essere tentati di pensare che sarà così per sempre.

Non diamo troppo ascolto a chi pretenderebbe di dirci come ci dovremmo sentire (“fatti coraggio”, “sii forte”, “non piangere” “tirati su, altrimenti ti ammali”). Confrontiamoci col nostro dolore, guardiamolo negli occhi, invece di oscurarlo, magari con comportamenti dannosi (alcool, droghe, ecc.). In questa fase aiuta parlare con persone capaci di ascolto empatico, esprimere le proprie emozioni in modi creativi (scrivere una lettera alla persona cara, creare un album di foto, ecc.) o attraverso iniziative anche collettive che ricordano e onorano la persona defunta (ad es. una commemorazione).

4. ACCETTAZIONE: “Posso andare avanti con la mia vita”

In questa fase abbiamo preso atto che nulla cambierà la realtà. Non necessariamente staremo bene e la persona ci mancherà comunque. L’accettazione è il risultato di un processo di elaborazione, che tuttavia non dobbiamo aver fretta di raggiungere.
A partire da qui, riusciremo ad adattarci alla nuova realtà delle cose e ricominciare a investire nella nuova vita senza la persona cara.

L’accettazione non è un punto di arrivo, ma un processo che continua. Concediamoci di vivere e trarre piacere dalla vita senza sensi di colpa. Ci saranno momenti in cui pensando alla grave perdita saremo tristi. Possiamo però sempre più costruirci una vita ricca di gratificazioni. Riusciremo a farlo nella misura in cui ci concederemo di essere felici senza che questo sia percepito come una mancanza di rispetto verso la persona che non c’è più.

Il tempo di permanenza in una specifica fase è variabile e soggettivo. Dipende soprattutto dall’efficacia delle azioni che mettiamo in atto per gestirle, che possono essere più o meno funzionali. I sentimenti che accompagnano la perdita, in altre parole, non sono qualcosa che subiamo supinamente, ma qualcosa su cui il nostro comportamento agisce.

Un supporto psicologico nelle fasi più delicate può essere di aiuto proprio per questo. Se pensi di averne bisogno, puoi chiedere una consulenza alla Dott.ssa Elena Grilli.

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